Non è la “giornata storica”. Ma quella del lutto

Ieri non è stata la giornata storica (come l’ha definita Matteo Renzi), ma la giornata del “lutto”.

In aula “vaffanculo” del Movimento Cinque Stelle è il finale discorso di commiato (tutto quello che è successo proviene anche da una loro responsabilità).

Cambiare ormai è divenuto il verbo renziano più usato e poco importa se nella pratica del cambiamento si calpestano o si considerano di secondo livello dei diritti fondamentali, quelli di uomini e donne che da anni attendono la ratifica per un qualcosa che non è certamente “contro natura” (come direbbe lo statista Angelino Alfano), di un sentimento “diverso dal nostro”.

Perchè considerare qualcuno figlio di un Dio minore?

Personalmente provo sdegno, rabbia e impotenza perchè innanzi a tutte le “volte buone” oggi si è trovati a qualcosa di dimezzato, zoppo, che risponde solo a specifici interessi, di equilibrio politico. Liberare questa e altre parole dalla retorica mistificante del renzismo è la sfida da porsi.

C’era un tempo in cui quando si diceva ’riforma’ si parlava di qualcosa che migliorava le vite: penso al diritto di famiglia, alla riforma sanitaria, a quella psichiatrica. Oggi quando si evoca la parola riforma si parla sempre e solo di qualcosa che ti spoglia di un diritto.

Renzi dice tutto e il contrario di tutto, è un caleidoscopio di slogan. Attraverso la retorica della rottamazione e le altre operazioni di tipo pubblicitario è riuscito a sostituire alla dialettica destra-sinistra quella vecchio-nuovo, veloce-lento. E tra il tutto è niente si sgretola lentamente il paese.

Questa volta però è difficile restare in silenzio. Si dirà al netto di tutto, che questa legge dimezzata potrà garantire ‘qualche’ tutela che adesso non c’è, che è un “giorno storico”. Ma quello di oggi è stato un grandissimo, enorme, esplosivo fallimento politico. Tutto democratico, che arriva da lontano. E proprio perché arriva da lontano, fa più male: ha preso più rincorsa, come un canguro resuscitato.

Più penso al senso di questo fallimento, più cerco di interrogarmi su cosa è essere “contro natura”.

Per me è “contro natura” governare con un partito di centrodestra in nome della tenuta democratica andando a regolarizzare uno o più stati di eccezione che vivono e convivono da cinque anni.  Della serie lo chiede l’Europa, poi arriva il turno di Napolitano, poi arriva il turno dell’Enrico stai sereno (non quello del tweet).

Per me è “contro natura” cercare una “mediazione” con un partito di riciclati di berlusconiana memoria che si presenta con un insieme disordinato di buffoni, di dilettanti teleguidati allo sbaraglio il cui unico programma è far valere il senso del suo 0,01% (parlo di NCD).

Per me è “contro natura” aver visto un lassismo o un approccio sin troppo “democristiano”, sulla costruzione di un percorso politico capace di affrontare a muso duro (senza il senso di colpa di alterare i rapporti con lo statista Alfano) le sfide del secolo, le nuove: leggi sul lavoro (non il Jobs Act che sulla base di numeri – fonte certamente non di gufi e rosiconi – si sta dimostrando fallimentare); leggi sullo sviluppo industriale (il Renzismo si riduce alla distruzione del territorio in nome delle trivelle e dalla Tav); leggi più decise sull’ambiente; leggi sulla cultura (non quella delle statue nascoste); leggi sulla ricerca come catapulta per il futuro (non come quei ricercatori che continuamente abbandonano l’Italia).

Per me è “contro natura” dichiararsi un partito di sinistra (come Renzi dice continuamente) e nello stesso tempo perdere per strada il significato delle parole diritto, uguaglianza.

Per me è “contro natura” essere alle prossime elezioni alleati con il Partito Democratico.

La maglia è sempre più larga ci si ritrova a mani nude. E in pochi (ma buoni).

No, non mi stupisco di come stanno andando le cose. No, non sono ingenuo. No, non mi aspettavo niente da un corpo di rappresentanza così composto come il Partito Democratico.

Perchè il cerchio e la casa del ‘potere’ è ormai scollegata dalla dimensione della ‘rappresentanza’. Si sta perdendo la base e lo sento.

Il Partito Democratico ha ancora centinaia di migliaia di iscritti smaniosi di combattere per una giusta causa. Disposti ancora a ingoiare diversi rospi per ‘senso di responsabilità’ (lo dice il partito), ma sanno benissimo quali sono i valori in cui credono.

Uno di questi valori è l’uguaglianza. In tutto quello che sta accadendo non vi è traccia.

E qui non è “un” problema di numeri, non un problema di senatori frondisti, di franchi tiratori, di 101, dei CattoDem, dei turbo-renziani, della ditta che non molla mai.

Qui il problema è veramente profondo: c’è una politica che ha perso totalmente il senso della sua missione: fare politica, appunto. Quella ‘cosa’ per cui a un certo punto la vita delle persone migliora perché migliorano le tutele, le condizioni generali, le possibilità. Quella ‘cosa’ che mette le persone nelle condizioni di vivere pienamente in un paese che ha davvero deciso di scrivere un capitolo nuovo. Questa sarebbe la politica.

Qui non è questione di essere o non essere di destra o sinistra.

È questione di essere o non essere uno stronzo.

Oggi però no. Oggi siamo tutti un pò stronzi. E come me molti altri che in questa faccenda un po’ sciocca dei diritti ci crede e continua a crederci. Oggi sono solo uno stronzo. Oggi ci sono dei stronzi che hanno visto passare innanzi la speranza di un mondo migliore di come lo si è trovato.

Ci sono tempi in cui anche le soluzioni più ragionevoli vengono accompagnate da parole e realizzate nei modi più miserabili. È che ci siamo raccontati, non da oggi, che la politica sono solo i fatti. E invece sono proprio le parole, il tono, la cadenza, il modo, lo stile. Io non mi preoccupo però – cioè sì, mi preoccupo molto – la politica buona tornerà. Molto prima di quanto oggi si possa credere. È sempre accaduto così, da centocinquant’anni e più. Al netto di Verdini, Lupi e Alfano.

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