Quelle scuse di Papa Francesco che arrivano tardi

Senza nulla togliere all’operato del Papa, oggi in Chiapas Francesco trova la strada spianata: la forza della terra, la tutela ambientale, il rispetto delle minoranze tra le comunità indigene del Chiapas è frutto di un lavoro durato decenni, di una rete indigena intessuta dai guerriglieri zapatisti dal cuore della Selva Lacandona. Quella zapatista è una lotta per la tutela del territorio e delle risorse, delle persone e della cultura.
Prima di internet e dei social media gli zapatisti hanno creato una rete culturale nel rispetto delle diversità e del territorio e con l’avvento della rete hanno affinato e propagato in tutto il mondo la narrazione della loro lotta, una guerriglia nonviolenta fatta di resistenza e dignità.
Marcos osservava la ricchezza del Chiapas e raccontava il mondo, e la sua economia, come un mostro che fagocita, consuma, distrugge, insulta ed umilia. I piani di sviluppo economico, lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo, gli zapatisti denunciavano con 20 anni di anticipo quella che sarebbe diventata la lotta ambientalista, ma non solo, in tutto il resto del mondo, semplicemente descrivendo il rapporto tra gli uomini e la terra più simile a un rapporto madre-figlio che a un rapporto uomo-ambiente. Le teorie di Marcos sul pianeta, sull’economia e sulla cultura umanitaria (nel senso stretto del termine) sono le teorie che oggi professa anche Francesco.
Osservarlo intento a pregare sulla tomba del vescovo Samuel Ruiz è, in questo senso, una vittoria assoluta per il concetto stesso di zapatismo, per la lotta zapatista, ed è un vero e proprio riscatto dei “senza terra” del Chiapas.
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