Grazie Ezio

Mi sono sentito piccolo, minuscolo, innanzi la grandezza di questo uomo.

Lo “conosco” e lo ascolto da tempo: la sua musica continuamente riesce a farti sognare, volare. Riesce sempre a isolarti in un mondo parallelo, è capace di caricarti.

Lui è uno dei tanti, Uno. Quello capace insieme a Einaudi, Bollani di farmi vivere i momenti di difficoltà con lucidità e tranquillità.

Mi ha insegnato per l’ennesima volta quel sano amore per la vita, un esempio quotidiano di come la si sappia apprezzare e ringraziare per tutte le cose buone che ci offre e per la meraviglia con cui ci sorprende e ci riempie di stupore e ammirazione.

È troppo facile dirle grazie per le cose buone e maledirla, subito dopo, per quelle cattive.

Non si può denigrare e calunniare la vita perché non ci riserva sempre e soltanto cose belle; non è intellettualmente, né moralmente onesto: sarebbe come godere dell’amicizia finché i nostri amici o parenti stanno bene e sono allegri e di buona compagnia, e poi voltare loro le spalle quando si trovano in difficoltà, si ammalano, invecchiano.

La vita è bella, senza dubbio: è piena di cose belle, appassionanti, entusiasmanti; basta avere degli occhi capaci di vedere e non solo di guardare, basta avere un cuore di carne e non un cuore di pietra, basta avere la capacità di stupirsi e non vivere in una ottusa monotonia, con il pilota automatico perennemente inserito. In essa, senza dubbio, si incontrano anche cose non buone, o tali che non vengono riconosciute subito come buone: eventi e situazioni che ci mettono a dura prova, difficoltà economiche, affettive, morali.

Amare la vita non vuol dire essere perennemente felici; del resto, la cosa sarebbe impossibile: non apprezzeremmo la felicità come uno stato di suprema beatitudine, se durasse per sempre.

Amare la vita vuol dire amarla con le sue ombre e con le sue luci, con le sue cose belle e con quelle meno belle. Chi la ama con brama, con ingordigia, facendone un valore assoluto, non riesce nemmeno a concepire l’idea di doversene distaccare: il che, invece, è necessario. Ed è talmente necessario che noi dovremmo sempre vivere con la consapevolezza della nostra fragilità, della nostra provvisorietà, della nostra mortalità.

La vita ci interroga, ci chiede quale sia la nostra “vocazione”, quale sia il grado di responsabilità che siamo disposti a prendere sulle nostre spalle nei suoi confronti. Questo è il suo intimo significato: capire e riconoscere quale sia la nostra responsabilità verso di essa, quanto siamo disposti ad impegnarci per fare di essa ciò che è giusto, ciò che siamo stati chiamati a fare.

Questo è il bello della vita: che non ce la siamo data da soli, e tuttavia siamo invitati ogni giorno a svilupparla, a promuoverla, a lavorare su di essa con tutta la nostra creatività, la nostra intelligenza, il nostro entusiasmo. In altre parole, siamo stati chiamati a comprenderla e ad amarla…

Grazie Ezio.

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