L’insegnamento del programma “Di fatto, famiglie”

Mi metto nudo.

Ieri ho visto su Real Time il programma “Di fatto, famiglie” e mi sono emozionato innanzi a quanta semplicità e naturalezza vi sia in quelle famiglie (non avevo dubbi). Quando si risponde al popolo bigotto del Family Day, con l’amore.

Una naturalezza che potrebbe (sicuramente) far emergere tutte le nostre ipocrisie, pregiudizi, sensi si superiorità. Ieri sera hanno parlato di libertà, di amore e i figli (di circa 9 anni) di ognuno delle famiglie hanno insegnato una cosa molto semplice: che mentre alcuni parlano, altri agiscono. E la “normalità” (se così si può chiamare) già c’è.

Per ciascuna delle sei realtà si è scelto di raccontare un evento che fa, automaticamente, famiglia: un battesimo, il primo giorno di scuola, la nascita del proprio figlio, il primo giro in bici senza rotelle, un concerto.

E sfido chiunque a non essersi commosso innanzi all’immagine delle tre gemelle che ricevono il sacramento del Battesimo, dalle parole dette da un prete che prende le distanze dalla deviazione omosessuale delle Sacre Scritture.

Sfido chiunque a non essersi commosso di fronte al padre di Arianna, che ha difeso la sua bambina dai pregiudizi, che l’ha riscoperta dopo 35 anni e che bacia la pancia della compagna di sua figlia, che a breve diventerà la sua nipotina.

Sfido a non commuoversi di fronte all’attesa della coppia di Palermo che vola in California e il momento esatto in cui, guardando i figli avuti da una mamma surrogata, è diventato per sempre genitore. Tipi “vietati” di concepimento si sono trasformati in bambini e ragazzi che raccontano le loro famiglie, quelle che hanno conosciuto e che amano, cercandone una definizione che in fondo si raccoglie in una sola parola, “amore”.

Questa emozione lunga due ore ha donato amore e rivendicazione: ha raccontato, respirato, vissuto e combattuto all’interno di nuclei atipici, non riconosciuti dalla legge, ma anche all’interno di famiglie etero che, semplicemente, si sono allargate per accogliere. Penso ai nonni, le figure più delicate, commoventi, sincere che con poche frasi tratteggiano il rapporto con i figli gay, prima di aprirsi alla ‘naturalezza’ dei nipoti.

Ha raccontato di “normalissime famiglie” che già vivono in Italia, accolte da una società che è più avanti di quanto si creda, e che si scontrano con uno Stato che non li tutela.

E allora ecco la nuova sfida: voglio discutere con chi, dopo aver visto queste esperienze di vita, continua ad opporsi al riconoscimento dei diritti fondamentali, stepchild adoption inclusa. Perchè l’idea che le gemelle Emma e Giada, oggi 10 anni, in caso di morte della mamma biologica, debbano lasciare la propria casa ed essere assegnate a genitori affidatari, piuttosto che restare con l’altra madre che le ha cresciute, non mi sembra un principio propriamente rivolto al benessere dei minori. Anzi mi sembra una follia.

Quella di ieri sera è la cruda realtà, ‘un’arma’ potente contro l’ignoranza di chi non vuole conoscere realtà diverse dalla propria, perché magari le crede diametralmente opposte.

Invece ci hanno mostrato come le difficoltà di un genitore, di sangue o meno, siano le stesse, così come le preoccupazioni.

“Spero che questa bambina sia felice con noi e sia felice per tutta la vita”: il principio di immedesimazione è istantaneo.

E allora poco importa che di fronte ai noi “telespettatori” ci siano Rosario e Federico o Arianna e Chiara.

Che cosa penso: che nessuno è senza peccato in questa vita, ma ognuno può peccare per conto proprio. Ma non togliamo la libertà di amare.

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2 pensieri su “L’insegnamento del programma “Di fatto, famiglie”

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