Noi trentenni che viviamo come settantenni

Non mi ha stupito quando detto da Tito Boeri (1), ne il rischio conti, ne l’obiettivo di crescita allo +0.9% (2).

La più grave crisi economica dal Dopoguerra a oggi coincide con una altrettanto difficile crisi politica.

C’è chi usa il giovanilismo come una clava, da brandire verso il quartier generale (3).

La nostra memoria parte dal passato: dal crollo del muro di Berlino nell’89, dalla stagione di Mani pulite e del maggioritario, dall’orrore e indignazione per le stragi mafiose dei primi anni Novanta. Il prensente ci ciba di ricordi dell’11 settembre, della nascita dell’Euro, con l’Erasmus, con l’incubo Fukushima.
Tutti elementi che spingono a guardare sempre oltre. Penso ai ricercatori universitari che per amore della scienza e dello studio resistono in Italia con paghe da fame, ai tanti giovani che hanno smesso di studiare e lavorano duramente, ai tantissimi che un’occupazione nemmeno ce l’hanno (4). A quelli che percepiscono la politica a una distanza siderale, qualcosa che non affronta i problemi di cui parlano la sera: le tasse, come arrivare a fine mese, l’utopia di costruirsi una famiglia.

I dati, in fondo, parlano anche di questo: una società povera e smarrita, incerta e insicura. Con una parte largamente maggioritaria delle nuove generazioni che corre il rischio di avere un triste primato: quello di avere meno speranze di futuro delle generazioni che l’hanno preceduta.

Inutile dire che in Italia c’è una bassissima mobilità sociale in cui è ancora vergognosamente alta la probabilità che il figlio di un operaio faccia lo stesso lavoro del padre. Un paese in cui il reddito e la condizione economica della famiglia sono decisivi più del merito e delle capacità, nel determinare quale sarà il percorso di studi, il lavoro, le opportunità nella vita. Grave lo è anche quel grande divario tra nord e sud, tra periferia e centro. Grave è quel paese con alto tasso di evasione fiscale e in cui il 10 per cento delle famiglie possiede il 40 per cento dei patrimoni.

Peggio è quel paese in cui ogni ambito di “potere” – nella politica come nell’impresa, nei media – è precluso a un giacimento immenso di persone da una barriera geriatrica.

Produttività, precarietà e tasso di occupazione. La produttività è bassa per mancanza di investimenti in formazione e innovazione. Il tasso di occupazione basso per la scarsa partecipazione al lavoro di donne, giovani e anziani. La precarietà causa di scarsa produttività, perché le imprese puntano su bassi salari invece che sull’innovazione per competere. La mancanza di welfare per le donne limita la loro partecipazione al mercato del lavoro.
Dulcis in fundo il sistema welfare: bisogna avere il coraggio di mettere mano a una riforma strutturale del sistema pensionistico che non sia completamente a scapito di chi oggi ha trent’anni.
Manca la sfida di coniugare competitività e coesione sociale, rimettere il paese in movimento e allo stesso tempo aiutare i più deboli, creando maggiori opportunità per il popolo dei non garantiti, per tutti coloro che sono rimasti fuori dal fortino dei privilegi.
Io ad esempio sono figlio di quell’esperienza, dell’intuizione feconda dell’Ulivo di Romano Prodi, della sua profonda ispirazione europeista. Della spettacolare rimonta con cui il suo primo governo, con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, ha consentito all’Italia di centrare l’obiettivo dell’Euro, la più grande riforma degli ultimi anni.

Ma se penso e guardo quello che ho innanzi ho quella politica che ha accumulato più debito di quanto sostenibile e che ha trascurato di abbatterlo quando il ciclo economico lo avrebbe permesso. La politica che ha continuato a sottoscrivere debito in nome delle future generazioni. Generazioni che, già oggi, finanziano il welfare dei padri e dei nonni, rassegnati a un futuro meno protetto e sicuro di quello delle precedenti generazioni.
Un’epoca sta per chiudersi nella storia della politica italiana. All’orizzonte uno scenario nuovo, carico di incertezze e di speranze. Per questo non dobbiamo scaricare su altri responsabilità e rimproveri. Perché ora sta a noi (5).

 

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