Il vero voto è entrare nel mondo del lavoro

Diretto. Non ci vedo nulla di “grave” sull’affermazione del ministro Poletti.

“Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21. Così un giovane dimostra che in tre anni ha bruciato tutto e voleva arrivare. In Italia abbiamo un problema gigantesco: è il tempo. Perché i nostri giovani arrivano al mercato del lavoro in gravissimo ritardo. Quasi tutti quelli che incontro mi dicono che si trovano a competere con ragazzi di altre nazioni che hanno sei anni meno di loro e fare la gara con chi ha sei anni di tempo in più diventa durissimo. Se si gira in tondo per prendere mezzo voto in più si butta via del tempo che vale molto molto di più di quel mezzo voto. Noi in Italia abbiamo in testa il voto, non serve a niente”.

Perché non ci vedo nulla di grave. Perché la questione non è tanto il voto né tanto meno che l’università ha poco valore. Si dice che attardarsi in università per inseguire voti più alti alla fine può portare più “danni” che benefici perché il tempo passato non si recupera. E quel tempo può essere usato per esperienza post-studi. E questo per me è giusto.

Poi. Non si rivolgeva chiaramente a chi si deve mantenere durante gli studi e quindi lavora.

E non si rivolgeva nemmeno a chi durante l’università ha fatto altre esperienze importanti ed edificanti.

Tutt’altro. In questo pensiero vedo (personalmente) altre questioni sul quale riflettere: ossia su come impostare o rivedere il futuro del sistema universitario italiano. Questo è il punto.

Che va oltre una superflua e “contestabile” disquisizione sul voto finale.

Lo dico perché il sistema permette e non argina quelli che sono i “fuori corso”, perché alcuni docenti non hanno quella impostazione di altri paesi (britannici o americani), perché non è ancora solido il percorso e la connessione tra azienda e università.

Ecco. La questione principale è questa: diffondere, tra i rettori, un approccio non localistico bensì di sistema accademico nel suo complesso. Questo, perché, sarebbe un peccato assecondare quell’idea che vuole il nostro sistema universitario condannato ad una sorta di lenta agonia. Altro potrebbe essere quello di stimolare chi non si avvicina al mondo universitario (quello che preferisce fermarsi al diploma).

Investire in questo mondo, consentendo a molti ragazzi, a molti studenti di talento, di non veder negata la propria idea di futuro in ragione delle proprie condizioni economiche.

E, sappiate, un 110 e lode quando ti approcci nel mondo lavorativo serve a ben poco. L’università serve a dare basi di studio, di nozione. Il resto lo si costruisce passo dopo passo.

Non ci fermiamo al numero e basiamoci sul ragionare sui processi.

 

 

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