“Taggate” i diciottenni

In arrivo, (l’ennesima), mancia su Roma.

Siamo al rush finale, il “traguardo” si vede. Le scadenze sono alle porte (4).

Da una parte il referendum costituzionale del 2016 e dall’altro lato il finale sulle elezioni amministrative di primavera: Napoli, Roma, Bologna, Milano, Torino.

Recuperare o consolidare il consenso è il dogma principale: quello che non permetterebbe di subire scossoni, di non sentire terremoti di consenso (in caso di sconfitta alle elezioni amministrative).

Il mantra sarà quello di dire: “le elezioni amministrative non sono un test di Governo”.

E quali ingrediente migliori, come parole, demagogia, populismo, etc, possono arginare questa ondata?

Il suo populismo è sempre identificativo. Sfrutta in modo sistematico questa ideologia del mondo contemporaneo: la cultura feticistica dell’immedesimazione. I problemi di chiunque sono i problemi di Renzi. Il senso della sua politica si basa su una forma di illusione molto efficace: prendersi cura degli altri vuol dire caricarsi addosso i loro problemi, afferma Renzi. Ma non è solo questo “effetto di vicinanza” che genera un senso di confidenza e di immedesimazione immediata, al di là delle ragioni.

In questa attitudine all’indentificazione (che rende convincente l’oratoria di un discorso) che, se fosse letta, troveremo trito e ritrito, un cumulo di luoghi comuni.

Poi c’è altro.

Primo, le voci. Renzi fa le voci. Mentre parla, imita letteralmente i toni dei suoi eventuali interlocutori: fa la voce di quello che si lamenta, di quello che è stufo di pagare le tasse, di quello che nel suo partito gli è avversario.

Secondo, reagisce a tutti gli stimoli: Renzi crea incisi, anticipa l’interlocutore, fa una smorfia che indica altro rispetto a quello di cui sta parlando, risponde con una chiosa secca a uno stimolo che viene dal pubblico. Si autocommenta, vedi l’uso del tweet. Ascolta, o meglio simula un’attenzione a ogni aspetto della reazione alle sue parole: non è attento al contenuto (sarebbe impossibile per chiunque riuscire a rispondere a tutto), ma è alla forma sì: crea l’illusione di consapevolezza di ogni reazione, di ogni tipo di stimolo esterno. Dà un’impressione di ascoltare, se per ascoltare intendiamo non tanto sviscerare, ma il mero prendere in considerazione.

Ultimo. Le metafore, e la spiegazione delle metafore.

Renzi non è semplicemente una macchinetta da slogan, ma ha un ruolo socialmente trasformativo. Creare un partito di massa che si identifica e si compatta non più in un particolare tipo di bisogni materiali o di ideali, ma in una condizione emotiva.

Ed ecco, tirare fuori dal cilindro il pensiero populista:

“Per ogni euro in più investito sulla sicurezza investiremo un euro in più sul nostro patrimonio culturale. Per difendere la nostra identità”.

Bonus per i 18enni, bonus per le forze dell’ordine. Bonus per tutti.

Insomma, bonus di berlusconiana memoria (ricordate quello delle “dentiere gratis”?).

Renzi è questo: preferisce un commento da 140 caratteri senza andare alla profondità delle cosa. Preferisce questi caratteri forti e stringenti non tenendo conto che  in Italia

“nel 41,7% delle famiglie almeno una persona in un anno ha dovuto rinunciare ad una prestazione sanitaria”. Le cause sarebbero le lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e i costi proibitivi di quella privata. “Gli italiani pagano “di tasca propria” oltre 500 euro procapite all’anno. Una cifra “pari al 18% della spesa sanitaria totale contro il 7% della Francia e il 9% dell’Inghilterra” ( Rapporto CENSIS) (1).

Oppure:

“il 53,6% degli italiani dichiara che la copertura dello stato sociale si è ridotta e paga di tasca propria molte delle spese che un tempo venivano coperte dal sistema di welfare nazionale” (2).

E allora, lasciamo perdere i deboli, puntiamo sui forti. Cerchiamo il consenso.

In tutto questo emerge il dogma del “meno peggio”. Perché così accadrà: in questo tsunami di tweet e comunicazione, l’importante è quello di creare massa e non sostanza. Dissuadere piuttosto che affrontare. Perché egli verrà percepito (dall’opinione pubblica), come “uno che fa”.

Peccato che non si valuta il come e il risultato: della serie “taggate il risultato”. (3)

*************

(1) “Il 41.7% costretto a rinunciare alle cure sanitarie” (Il Sole 24ore, 20 Ottobre 2015)

(2) “Welfare pubblica: quali sono le paure degli italiani” (Il Sole 24ore, 20 Ottobre 2015)

(3) “Taggate i diciottenni” (il contributo del blog In fondo a Sinistra per Gli Stati Generali)

(4) “Diciottenni, presentatevi con l’IBAN (il contributo del blog In fondo a Sinistra)

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