Il dubbio per frustrazione

Le obiezioni sulle Riforme non sono invenzioni solo strumentali. L’oggettivo rafforzamento del potere esecutivo in nome di una democrazia decidente rischia di dare forma istituzionale troppo rigida a personalizzazioni e verticismi che nel breve e lungo periodo rischiano di fare danni all’equilibrio e alla vitalità del gioco democratico.

Eppure il dialogo tra sordi sulle preferenze ha un retrogusto disonesto e irresponsabile che vale per tutti, nessuno escluso.

E’ vero che a velocità, come scrive Bracconi sul sul blogi di Repubblica, dei tempi non è l’habitat migliore per la memoria, ma schiacciare le cose sul presente, senza ricordarne l’andamento nel tempo, è sempre una versione di comodo che finisce per annientare e rendere poco credibile qualsiasi ragione di merito.

Non farebbe male, per esempio, ricordare che ai tempi del governo Monti l’attuale minoranza del Pd era maggioranza, e non ci furono sanguinose barricate per cambiare il Porcellum. A quel tempo il cambiamento della legge elettorale fu priorità solo formale, senza nessuna vera determinazione politica. E la prospettiva di una vittoria con un premio di maggioranza spropositato e di un Parlamento “scelto” dalle segreterie non faceva così tanto orrore.

La discussione sui ‘nominati’ somiglia allora sinistramente a quei meccanismi psicologici narcisisti che ci portano a giudicare la qualità delle persone a seconda del loro volerci bene o meno: se siamo noi a nominare i nominati, allora ce li possiamo tranquillamente tenere; se è un altro a nominare i nominati allora no, sono la fine della democrazia.

I dubbi sull’architettura istituzionale renziana non solo sono legittimi, ma per certi versi perfino motivati. Ma i dubbi per frustrazione non sono mai il viatico migliore per condurre – e vincere – una battaglia politica.

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