Dietro Landini

10955336_425269860962853_1655273467763189650_nDietro Maurizio Landini​.

C’è tutto questo mondo dietro le parole di #Landini. Non c’è l’orizzonte di una lista elettorale, non ci sono i quadri di un partito già bell’e formato, non c’è nemmeno un laboratorio sociale già pronto per l’uso. C’è un un’idea, più che un’idea: un pensiero. Che si poggia sul fatto che i tempi sono cambiati e il sindacato così com’è non basta più. Non funziona: perché se indice uno sciopero per chiedere che in fabbrica il sabato sia onorato come festa e non sacrificato sul lavoro, gli operai non seguono. Perché in una fase di crisi come questa, chi ha un lavoro, se lo tiene stretto e lavora anche i festivi, il giorno e la notte, lasciandosi sfruttare per non perdere il pane.

Se c’è bisogno del pane, alle rose nessuno ci pensa, come scrive Angela Mauro su Huffington Post. Non sono fondamentali per campare. Ed è da qui che parte Landini: dal ruolo sgonfiato del sindacato oggi, anche della sua #Fiom. Sgonfiato dalla crisi che riesce a infilare lavoro alleggerito dai diritti laddove prima non era consentito dagli stessi lavoratori. E se il sindacato non funziona più, c’è il rewind: si torna indietro, come quando si scendeva in piazza per conquistare il diritto di sciopero, per dire. Punto e a capo.

Naturalmente, c’è anche un po’ di effetto #Tsipras in tutta questa discussione. C’è l’esempio greco che parla di un partito alla lotta con l’Europa dell’austerity e non di un laboratorio sociale, ma che dice che con la forza del consenso e delle urne anche chi sembra debole in partita può spuntarla. E c’è l’esempio di #Podemos, il movimento spagnolo nato dalle acampandas contro l’austerity, candidato a vincere le elezioni del prossimo autunno a Madrid, almeno stando ai sondaggi che lo registrano vincente su socialisti e conservatori. Ci può essere come punto di arrivo la lista e la candidatura, il partito e la rappresentanza democratica in Parlamento. Ma è un punto di arrivo. Per ora, le parole di Landini sono un sasso nello stagno della sinistra italiana. Non vogliono scuotere un dibattito politico fatto di battute e tweet, ma muovere in avanti una prospettiva storica che sembra tornata indietro agli anni delle lotte per i diritti nel mondo del lavoro.

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