Chi sottovaluta Le Pen

Francia, 14 comuni alla Le Pen

Chi sta sottovalutando il risultato di Marine Le Pen in Francia è lo stesso che sottovalutava il Movimento Cinque Stelle in Italia. Diffidate.

E così la classe dirigente europea scopre con apparente sorpresa il pericolo di una deriva ribellista, a due mesi dalle elezioni Ue del 25 maggio. Finge di accorgersene per via del clamoroso successo del Front National di Marine Le Pen alle municipali francesi. Mai però successo fu più annunciato di questo, e di quello che arriverà per tutte le forze euroscettiche, populiste e no-euro tra poche settimane.

Dietro l’allarme stupito di questi giorni c’è in realtà una consapevolezza già maturata da tempo tra i governi dell’Unione: che l’Europa di questi anni è ben poco amata, e quasi invendibile sul mercato elettorale. Ogni osservatorio, ogni sondaggio da tempo avverte che è inutile, o peggio dannoso, parlare di Bruxelles, di fscal compact o di Merkel a tutti coloro che – a torto o a ragione – credono di essere stati torchiati e penalizzati dalle istituzioni continentali, dai vincoli di bilancio, dalla politica del rigore tedesca e dalla moneta unica.
La diffidenza nei confronti dei vincoli dell’Unione Europea si è tramutata in aperta ostilità tra quanti sono stati segnati dalla lunga crisi dell’ultimo quinquennio, nel Sud del continente e non solo: sbrigativamente, ma non del tutto impropriamente, crisi ed Europa si sono trasformate in due immagini intrecciate, e l’esempio greco ha molto contribuito a questa identificazione. Ha scavato nel profondo dell’opinione pubblica l’idea che questa sia la Ue dei governi e delle banche, dei poteri forti e della grande industria, a scapito dei cittadini più esposti. L’Europa dei quartieri alti, che si può permettere l’illuminismo dell’accoglienza perché non conosce davvero la promiscuità, l’insicurezza e la battaglia per il lavoro. L’Europa delle regole calate dall’alto, che devono essere buone per tutti, dall’ingegnere fnlandese al disoccupato greco, e che invece non sembrano buone per nessuno, troppo solidali per il nordico e troppo egoistiche per l’ellenico.
L’euro, non da oggi, è l’emblema di questa ingiustizia percepita, perché cancella i tempi in cui l’identità delle Nazioni era fatta anche dalla loro moneta, perché la sua introduzione ha provocato il trauma di un cambio vissuto come svantaggioso soprattutto dai consumatori, perché le sue regole ferree hanno fatto esplodere le contraddizioni dei Paesi più indebitati e, al loro interno, dei cittadini più tartassati o meno garantiti.

I governi questo lo sapevano bene. E altrettanto bene sapevano che parlarne avrebbe amplifcato ulteriormente l’allarme, alimentando la protesta anti-establishment. Chi fa mostra di stupirsi oggi del successo di Marine Le Pen non può aver dimenticato che cosa accadde nella stessa Francia 12 anni fa, quando Le Pen padre arrivò addirittura al ballottaggio presidenziale contro Chirac, e molto più chiaramente nel 2005, quando l’elettorato francese bocciò con un referendum la nuova Costituzione europea, nonostante la campagna congiunta dei due principali partiti, l’Ump e il Ps, allora guidati da due signori che si chiamavano Sarkozy e Hollande.

La protesta di oggi è la stessa, e si è fatta così forte da svellere qualsiasi residua pregiudiziale verso il partito dell’estrema destra, che a questo punto arriverà probabilmente primo alle Europee. Nell’unione pre-crisi non costava nulla professarsi europeisti. I popoli dei Paesi che entravano dalla periferia storica e geografca nella Ue festeggiavano convinti quei Capodanni d’ingresso. Ora il vento è cambiato e, come succede sui tetti, le prime a segnalarcelo sono state le banderuole. C’è un europeismo più sommesso e a bassa voce, e contro di lui dilaga un antieuropeismo fatalmente gonfo di populismo.

Difficile pensare che nel voto del 25 maggio possano pretendere di avere facile gioco le ragioni del fscal compact contro quelle della protesta. Meglio che lo sappia fn da ora chi guida i governi, in Francia come in Italia. Per non fngere sorpresa quando arriveranno i risultati, e per rifettere, dopo, su un’Europa che in troppi vivono come una matrigna.

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