Il caso Renzi

L’Italia è un Paese strano, che molto spesso fa con la mano destra senza sapere cosa fa quella sinistra.

C’è per esempio qualcosa di intimamente contraddittorio nel rimproverare a Renzi una presunta “lentezza” nella formazione del nuovo governo.

Da una parte si rimprovera al premier incaricato di essere troppo tranchant, di avere troppa fretta  per ambizioni personali, di non rispettare alcune forme e liturgie necessarie alla vita democratica, e dall’altra si disegnano catastrofici scenari perché dopo 48 ore non c’è ancora il governo.

I dietrologi gli rimproverano di aver già deciso tutto a suo tempo, a freddo, già dal giorno dopo la vittoria alle primarie. Eppure  molti di questi stessi dietrologi adesso gli rimproverano – autosmentendosi – di non avere avuto un’ora dopo la lista dei ministri in mano.

Da più parti, gli osservatori avvertono solennemente il giovane leader di non perdere il suo dinamismo ma anche di muoversi con un po’ di cautela, perché il suo ruolo ora è diverso. Però queli stessi osservatori alzano il sopracciglio se il premier incaricato si prende – prudentemente – un giorno in più per le consultazioni.

Per tanti, la sua giovinezza è contemporaneamente un valore e un disvalore, la sua irruenza una occasione e al tempo stesso una dimostrazione di arroganza, la sua vitalità una novità culturale ma anche un attestato di liquidità.

Fosse vivo Camus direbbe che il “caso Renzi” è perfetto per disvelare la natura fondamentalmente ambigua dell’umano. Più prosaicamente, limitiamoci a constatare che nell’Italia di oggi, Renzi o no, è incapace di produrre opinioni lineari. O c’è l’integralismo tifoide o la palude della contraddizione elevata a sistema e senza capacità di sintesi.

Due atteggimenti apparentemente opposti ma in realtà identici. Gli alibi di un Paese incapace di prendersi, qualsiasi essa sia, una qualsiasi responsabilità.

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