Zelig PD

Difficile gestire i fatti politici quotidiani in un clima congressuale, difficile tenersi in equlibrio tra sostegno al governo e campagna per le primarie, difficile darsi una linea autonoma con la pressione che arriva dalla crisi economica, dal Quirinale, dall’Europa.

Tutto difficile, per carità. Ma sul caso Cancellieri va detto chiaramente che il Pd si è dimostrato incapace di parlare al Paese in modo chiaro (come scrivevo qui stamattina).

Un partito può fare tutto, tranne che rinunciare al proprio senso della responsabilità. Che in questo caso non vuol dire sfiduciare o meno la Cancellieri, ma qualcosa di più profondo e sistematico. Perché il senso di responsabilità dell’agire politico è muoversi in coerenza con se stessi, portare il carico delle proprie opinioni e poi trasformarle in comportamenti politici non astratti e conseguenti.

Il Pd aveva davanti a sè due strade. Difendere la Cancellieri, sostenendo che il ministro si è comportato in modo opportuno in relazione al suo ruolo, e respingere la mozione di sfiducia. Oppure sostenere che il ministro si è comportato male, che la sua presenza al governo non è più opportuna e dunque votare una propria mozione di sfiducia.

I dem hanno fatto entrambe le cose, il che equivale a non farne nessuna, come scrivo qui.

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