Meglio il voto del “governicchio” Letta-Formigoni

Adesso è inutile girarci attorno. La questione di quando tornare a votare non è più rinviabile. Prima è meglio è. Non si può non vedere come con la rinascita di Forza Italia e col ritorno del Cavaliere a un’opposizione di fatto si chiude una fase. Definitivamente. Quella delle “larghe intese” pensata, voluta, costruita da Giorgio Napolitano attraverso il governo Letta. E supportata da un largo establishment conservatore, dalla burocrazie europee e dai giornaloni dei salotti buoni che confondono la stabilità con l’immobilismo e la saggezza con l’indifferenza alle ansie che tormentano la società italiana.

Si è esaurito cioè lo schema di “patto costituente” tra i principali partiti che stanno assieme per fronteggiare la crisi e varare le riforme istituzionali, sia pur turandosi il naso rispetto alle loro non poche differenze di valori e programmi. Game over. È finita. E forse non è un male. Il governo di larghe intese per mesi è stato un governo “senza intese”: fin quando ha potuto ha rinviato tutto, quando ha agito ha scaricato i costi della crisi sui più deboli come nel caso della legge di stabilità perché ostaggio dei diktat del Pdl (vai alla voce Imu). E lo ha fatto mantenendo una retorica degna dei governi democristiani degli anni Settanta quando, come oggi, aumentava la benzina, si annunciava una ripresa che non arrivava e si diceva “va tutto bene”.

È certo colpa di Berlusconi. Il quale, ancora una volta, ha provato a tenere in ostaggio il paese attraverso il ricatto: “I miei voti in cambio di un salvacondotto”. Ma ancora una volta si è reso evidente che la questione del governo non è separabile dalla questione democratica. Quell’idea del governo di “servizio” come luogo terzo, su cui Letta ha costruito una retorica quasi a-politica, ha cozzato con la dura realtà. Il primo servizio, in un paese democratico, è il rispetto delle regole, dello Stato di diritto, dell’alfabeto della civiltà. Il primo servizio è non accettare le parole eversive verso i giudici, è imporre un’agenda politica più in sintonia col paese che con il calendario giudiziario di Berlusconi.

Ora il Pdl si è rotto. E le larghe intese sono finite. Ma, è questo il punto, la scissione di Alfano non basta ad andare avanti. Lo schema di Napolitano è cambiato. Il “governissimo” tra Pd e Pdl era sinonimo di paralisi. Adesso il “governicchio Letta-Alfano” rischia di essere una trappola per la sinistra. Non basta ed è pericoloso. Perché si fonda su una maggioranza numerica fragile. Ha al massimo tredici voti al Senato e un ceto politico discutibile, considerando che, oltre a Formigoni, arriva dal Pdl una banda di oltre dieci indagati per fatti gravi.

E i capo degli scissionisti è quell’Alfano che al Viminale, per quel poco che lo frequenta, è noto più per aver consentito le scorribande kazake che per senso dello Stato. Ma soprattutto il governicchio è debole nel paese reale, dal momento che è difficile immaginare che Alfano&Co abbiano percentuali superiori a quelle di un prefisso telefonico tanto che già discutono se presentarsi alle europee.

È in questo quadro che il Pd corre il rischio più grosso. Quello di un logoramento che dia ossigeno agli avversari. La prospettiva delle riforme costituzionali, che nelle intenzioni di Napolitano era la ragion d’essere della legislatura, è una chimera con i nuovi numeri (con Berlusconi e Grillo all’opposizione mancano i due terzi necessari). E sarà difficile anche invertire la rotta in economia rispetto ai mesi scorsi. Perché i voti di Alfano, politicamente parlando, costano cari. E l’ex delfino di Berlusconi sull’Imu, sulla politica economica e sula giustizia farà di tutto per non farsi accusare dal suo ex dante causa di essere la stampella della sinistra. E allora, domando: fino a quando il Pd, che nel paese è il primo partito, deve continuare a donare sangue?

C’è una sola cosa che andrebbe fatta, la legge elettorale. Poi, il voto. Ma la legge elettorale non può neanche diventare un alibi per perdere tempo. Perché il tempo è dolore. Il dolore di sopportare un ministro della Giustizia che, di fronte all’arresto della famiglia Ligresti, si rammarica di ciò che fanno i magistrati. Il dolore di un ministro dell’Interno che non ha dissipato le ombre kazake. Il dolore che il primo partito del paese debba “pagare” questi trenta senatori di Alfano con cinque ministeri di peso che saranno usati come granaio di voti, fabbrica di nomine di un partito che nasce “dal governo” e non “nel paese”. Il dolore di dare a Berlusconi e a Grillo il tempo di mietere voti, l’uno con i suoi “no tax day” e l’altro con i suoi “vaffa day” mentre a palazzo Chigi si sfornano misure di lacrime e sangue. Il dolore di un paese reso più povero da due anni di governi di cosiddetta “responsabilità nazionale”.

Diciamocelo con la crudezza che richiedono le parole in tempi inquieti: le larghe intese hanno fallito, e ora si profila un governicchio di piccole intese non all’altezza della situazione. Votare al più presto è necessario. Vincere è possibile.

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