Congressi e coltelli

Il giudizio sui congressi taroccati in alcune realtà locali del Pd è scontato. Ci sono luoghi e contesti in cui la classe dirigente è inadeguata o peggio: e queste irregolarità pazzesche vanno dal profondo Sud al profondo Nord. Carte bollate o meno, condurre la battaglia politica a colpi di tessere vendute agli immigrati non ha giustificazioni: c’è modo e modo di declinare l’antico detto di Rino Formica sulla politica che è “sangue e merda”.

Eppure il solo piano astratto della moralità non basta a spiegare quanto avviene in quello che è rimasto l’unico partito non personale sulla scena.

Perché un partito non è diverso da qualsiasi altra forma di organismo sociale. E in ogni organismo sociale le regole vengono rispettate non perché l’uomo è naturalmente portato al bene e al rispetto, ma perché quelle regole sono ad uso di una convenienza collettiva che trascende quella personale e perché esiste una autorità riconosciuta e forte in grado di farle rispettare.

Il rischio impazzimento delle assise provinciali ci dice che nell’organismo dem queste due condizioni non esistono, o se esistono non vengono percepite come tali.

La convenienza personale non ha più una convenienza collettiva in cui sublimarsi. Mentre l’autorità  centrale è – per sua stessa definizione –  provvisoria e dunque debole.

Da questo punto di vista il Pd è la fotografia dell’Italia. Un Paese dove negli ultimi vent’anni si è perduta l’idea di unità nazionale, è andato in crisi il sistema della rappresentanza e le nuove forme della comunicazione sono state assorbite in modo subalterno e inconsapevole, producendo sulla distanza danni forse irreparabili.

Pippo Civati e Matteo Renzi, hic et nunc, sono probabilmente (personalmente preferisco il primo, come scrivevo qui) la sola scelta possibile. Perché gli unici che sembrano in grado di chiudere un ventennio di palude ripristinando almeno il principio di responsabilità politica: vinco, governo cinque anni e mi giudicherete.

Eppure credere che il sindaco di Firenze possa essere – da solo – la risposta al problema della democrazia italiana è una illusione. Da una crisi collettiva non si esce con una risposta personale. Perché in Italia, a differenza di quanto pensano demagoghi e opportunisti senza scrupoli, la crisi della politica non è la radice del male, ma solo la spia di una crisi più grave e più grande. Quella del nostro modo di stare assieme.

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