Il discorso che non sentiremo

Ecco un’anticipazione del discorso che la Ministra della Giustizia Cancellieri NON pronuncerà martedì prossimo alla Camera.

“Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi. Gli avvenimenti e le rivelazioni di stampa degli ultimi giorni a proposito del caso della detenuta Giulia Ligresti hanno offeso profondamente e ingiustamente la mia onorabilità. Come la magistratura e i funzionari dell’amministrazione penitenziaria hanno confermato, nessun trattamento di favore, o non giustificato dalle condizioni oggettive della signora Ligresti e dalla normativa, ha avuto luogo. Per lei è stata seguita la normale procedura che si applica, purtroppo non sempre e con adeguata efficienza, a detenuti che si trovino in condizioni simili alle sue. In più, posso confermare che in 143 casi che riguardavano altre persone, il mio ufficio si è attivato per risolvere situazioni insostenibili, come anche la signora Ilaria Cucchi sorella di Stefano Cucchi morto per la incuria e i maltrattamenti subiti mentre era in custodia, ha generosamente sottolineato. La ringrazio e mi rammarico profondamente di essere arrivata troppo tardi al Ministero per poter salvare il fratello.

La mia assoluta innocenza rispetto a ogni accusa non ha impedito che un’antica amicizia famigliare con la discussa famiglia Ligresti, oggetto anche di indagini della magistratura, venisse riesumata e mi fosse rinfacciata. Le trascrizioni delle mie conversazioni con esponenti di quella famiglia, per la quale lavorò in posizioni importante e con retribuzioni molto sostanziose, mio figlio, raccontano un’attenzione personale e una premura per i Ligresti che, nella circostanza, possono offrire ai nemici del governo, agli agitatori del populismo e ai sostenitori di un senatore condannato per frode ai danni dello Stato, l’occasione per lanciare una campagna di calunnie e insinuazioni infamanti. Lo comprendo. In politica, e in una democrazia dotata della indispensabile libertà di informazione e di critica, ciò che sembra è spesso più rilevante di ciò che è.
Poiché io rivesto l’incarico di Ministro della Giustizia, dunque il ministero che più di ogni altro deve rispondere all’imperativo detto della “moglie di Cesare” ed essere non soltanto impeccabile, ma al di sopra di ogni sospetto di peccato, mi rendo conto, dolorosamente, che anche il più vago sentore di favoritismi, di familismo, o di conflitti di interesse privato con la funzione pubblica, è un’ombra che né io, né il Governo della Repubblica Italiana possiamo tollerare.
Per questo, per sottrarre la mia onorabilità al linciaggio di incoscienti o astuti speculatori e mestatori che puntano al tanto peggio tanto meglio, e per sollevare il Governo dell’onorevole Letta da distrazioni e perdite di tempo in una fase tanto delicata per la vita economica, politica, sociale del nostro Paese, annuncio qui le mie irrevocabili dimissioni dall’incarico.
Non posso, e non voglio, rappresentare un alibi o un appiglio per aggressioni pretestuose alle istituzioni già ferocemente sotto il tiro di chi spera di trarre profitto politico o economico dallo sfascio e dalle inquietudini del nostro popolo per crearsi potere personale o per salvare quello che rimane del potere passato.
Il più alto servizio che oggi posso rendere alla Repubblica che amo e che da decenni servo nella mia qualità di funzionario pubblico, è rassegnare le dimissioni e permettere che decisioni fondamentali per il nostro futuro e per il senso collettivo della giustizia siano prese senza nascondersi dietro il pur inesistente e pretestuoso caso Ligresti.
Spero che il mio gesto, amarissimo e orgoglioso nella convinzione della coscienza pulita, serva a segnare un altro precedente fondamentale per la ricostruzione politica e morale dello Stato italiano, oggi non più rinviabile e sia il mio più alto servizio alla Stato. Che serva cioè a rammentare a tutti che gli uomini, e oggi finalmente anche le donne, che rivestono incarichi pubblici a ogni livello, non sono titolari di aziende o proprietari di poltrone, ma servitori della comunità nazionale, dal più umile impiegato pubblico a uno sportello dell’Agenzia delle Entrate fino al Presidente della Repubblica. Gli uomini e le donne passano, ma le istituzioni devono restare. E se il passaggio delle persone rafforza le istituzioni e le libera da qualsiasi ombra , lasciare non è pi`una scelta, ma un dovere
Grazie per la vostra attenzione e buona fortuna nel vostro lavoro.
(Applausi scroscianti e prolungati dall’Aula tutta in piedi)

Fonte: Vittorio Zucconi

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