La solita melma

“Uuuuh”. Sarà difficile dimenticare il sibilo che ha accolto ieri al Senato l’annuncio di Berlusconi di votare la fiducia al governo Letta – il suono tipico della platea che a teatro assiste a un colpo di scena non previsto dal copione. Quanti flash! La smorfia incredula del presidente Grasso. Lo smarrimento dei moderati del Pdl.

Un senso di spaesamento, come quando l’avversario raggiunge un insperato pareggio al 93′. Berlusconi si conferma il grande istrione italiano, l’imbattibile Gattopardo. Ma poi i contorni, nel corso del pomeriggio, si precisano con la nascita dei due gruppi parlamentari dei moderati, alla Camera e al Senato, e la storia assume, per la prima volta in vent’anni, un’altra piega.  Berlusconi resta al potere, non si è fatto cacciare all’opposizione, ma è stato sconfitto. D’ora in poi si può fare a meno di lui.

Letta ha vinto questa partita a poker, dispone di una maggioranza vera (gattopardesca e lontana dal progetto Italia Bene Comune), può puntare al 2015 o addirittura al 2018,  e tuttavia il Cavaliere è ancora lì, seppur socio di minoranza. Insomma, è vinto, ma non definitivamente, c’è, ma non può più nuocere, è dentro ed è fuori.

Permane in questo suo restare aggrappato alla maggioranza un elemento di ambiguità non risolto. Piccola fallace impressione: l’eterna palude italiana non finisce certo oggi.

Ancora 24 ore e sapremo se rinascerà la Dc del Terzo Millennio. Guidata dal nipote Letta

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