La Chiesa che cambia. E vira verso concetti di sinistra

Da sempre combatto la cattiveria delle gerarchie vaticane e il fondamentalismo religioso che ha reso anche il nostro un Paese arretrato e bigotto.

Ma allo stesso tempo, pur non essendo credente, non digerisco l’ottusità e il fanatismo di un certo ateismo militante, che così non afferma le proprie ragioni, anzi: non fa altro che mettersi al pari dei Buttiglione, delle Binetti e dei Giovanardi in quanto a chiusura mentale.

Penso alle parole di Bergoglio dell’altro giorno: ad ascoltarlo, in Sardegna, c’erano lavoratori, disoccupati, precari, studenti, pensionati. C’erano credenti e non credenti, e in tanti l’hanno applaudito. Sapete perché ? Perché ha parlato (di nuovo e con forza) di diritti, di uguaglianza, di questo «sistema economico che ci fa tanto male», ricordando che «dove non c’è lavoro manca la dignità». Cose di cui la politica – che a differenza di Bergoglio non deve solo invocare soluzioni ma risolvere i problemi – tranne le solite eccezioni, non fa più.

Tantomeno la sinistra, come dice il mio amico Fabio Nacchio, come al solito occupata davanti allo specchio a parlare di se stessa. Niente creduloneria né facili entusiasmi: per chi vuol vederla, atei o credenti, questa è la realtà. Che poi in Vaticano ci sia del marcio è risaputo. Ma mi pare evidente che l’operato di Bergoglio stia portando a risultati soddisfacenti anche lì. Ma alla fine, queste cose riguardano i fedeli ed io non lo sono.

Certo, lo ammetto: da uomo di sinistra e non credente, è dura accettare questa realtà, che vede un capo religioso battagliare sul nostro terreno. Ma questo non fa altro che indicare la nostra debolezza, la nostra inconsistenza.

«La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi» di pasoliniana memoria, insomma. Con sincerità, prendo atto di questo netto cambiamento di prospettiva della Chiesa. E non mi rassegno al fatto che anche (e soprattutto) la sinistra torni ad occuparsi della realtà e non più delle proprie unghie.

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