Rinunciare all’ottimismo e alla fiducia

C’è qualcosa di autolesionistico, in questo tenere gli occhi bassi e torvi solo sulla settimana in corso nel Pd, senza alzarli mai verso qualcosa che potrebbe prospettarsi appena più in là, in un luogo che una volta si chiamava «futuro». C’è qualcosa di autodistruttivo in questo insistere solo sul negativo, sul peggio; nel trasmettere a chi ascolta – e magari in effetti è in difficoltà – la sensazione di un precipizio in cui può da un momento all’altro rovinare come scrive Pippo Civati sul suo blog.

C’è qualcosa di ingiusto, direi di ingeneroso nell’alimentare da anni un discorso solo in negativo, portando a esempio solo ciò che non va, ciò che non funziona, ciò che preoccupa. Mai, mai ciò che sta in piedi, ciò che dà respiro, ciò che dà speranza.

In questa colla di malumore, in queste sabbie mobili di pessimismo, per ogni piccolo slancio su cui saremmo disposti a investire, si fatica il triplo; in quest’aria gravida di minacce ogni iniziativa, progetto, scommessa assumono i contorni di un’impresa donchisciottesca. Ma appunto, spesso si tratta di mulini a vento e non di veri ostacoli; montagne di parole sbagliate, inquinate, cattive che girano a vuoto come le braccia dei finti giganti davanti a don Chisciotte e al suo scudiero. l disincanto è piovuto nelle minestre degli italiani ogni sera per troppi anni: in parte dovuto, motivato; in parte superfluo, immotivato come la paura del buio. Tutto sta crollando? Allora tanto vale essere più diffidenti, più cinici, anche più pigri. Tanto vale mettersi al riparo.

Se la classe politica non è generosa, non lo saranno neanche i cittadini. Non è questione soltanto di sprechi, di vantaggi personali, di indecenze; è questione anche di offrire idee, prospettive, risorse intellettuali e perfino emotive. Non i sogni di miracoli italiani impossibili, sogni di finto benessere, ma altro: lo spazio prima di tutto mentale dove la speranza e il coraggio, l’intraprendenza e un progetto – di lavoro, di vita, di serenità – siano ancora praticabili. Chi adesso sta per compiere tredici anni come il nuovo secolo, può essere tenuto in ostaggio da questa luttuosa e in- terminabile stagione, da questa infinita penombra? Quando avrà venti o trent’anni gli racconteremo che eravamo alle prese con la decadenza di Berlusconi e non avevamo risorse per frenare un’altra e infinitamente più grave decadenza? La decadenza dell’entusiasmo, della passione, di idee ed energie nuove.

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