La lunga discesa di Franceschini. L’eterno opportunista

Dirigente nazionale del movimento giovanile Dc nei primi anni Ottanta, numero due di Franco Marini alla segreteria del Partito Popolare nel ‘97, poi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con D’Alema, onorevole dal 2001, ex vicesegretario del Pd con Veltroni, ex segretario del Pd, capogruppo del Pd alla Camera, ora ministro per i Rapporti con il Parlamento.

Dario Franceschini, come dice Alessandro Gilioli, è uno che sa cogliere bene il tempo e forse anche per questo adesso si è schierato, con tutta la sua corrente ex democristiana, in appoggio a Matteo Renzi.

Del resto Franceschini ha sicuramente dimostrato di saper cogliere il tempo almeno dal febbraio del 2009, quando è stato appunto eletto segretario del Pd al posto di Veltroni.

Della sua successiva carriera si ricordano (o si dovrebbero ricordare):

1. La perdita di sette punti percentuali del Pd quando lui era segretario e la sua successiva tragicomica reazione: «È una base di partenza per andare avanti».

2. La frase che ripeteva a ogni intervista promettendo che ai vertici del partito sarebbe stato solo un ‘reggente’ provvisorio: «Il mio lavoro finisce a ottobre». Poi invece si è candidato per un secondo giro, contro Bersani e Marino.

3. La promessa disattesa di non usare detta ricandidatura alla segreteria come trampolino per incarichi di consolazione: questa sua lettera a Piovono Rane è del 21 ottobre 2009 e il 17 novembre successivo si è fatto eleggere capogruppo del Pd a Montecitorio.

4. Il suo straordinario tweet: «Governo Monti, difficile immaginare di meglio» (17 novembre 2011).

5. La firma con Fabrizio Cicchitto della proposta per conservare (ma «con regole certe») il finanziamento pubblico dei partiti.

6. La sistemazione del fidatissimo Antonello Soro sulla poltronissima di Garante per la privacy.

7. La sua candidatura come capolista alla Camera in Emilia, nel 2013, in deroga alla norma sui tre mandati: senza primarie, designato d’ufficio nel listino bloccato.

8. L’intervista che ha spalancato le porte del Pd alle ‘larghe intese’ dopo i lunghi mesi del ‘mai col Pdl’.

9. L’indimenticabile frase regalata a Stefano Lolli del ‘Resto del Carlino’ appena diventato ministro dei Rapporti con il Parlamento. «Ho dovuto ripiegare vecchi sogni di gloria nel cassetto»; da leggersi insieme a un altro tweet in cui spiegava meglio la sua assunzione nell’esecutivo di Letta: «Se un amico, vero, chiede una mano in un’avventura così difficile, si risponde di sì. Anche caricandosi il lavoro più difficile e meno visibile».

10. La definizione di ‘fighetti’ per quelli che nel Pd non avevano digerito il governo con Berlusconi;da leggersi insieme alla dichiarazione secondo cui «il governo Letta sta facendo molte cose di sinistra».

Certamente Matteo Renzi, che non è uomo sciocco, è al corrente di tutto questo. Quindi sa bene chi si è portato in casa, lui che vuole rottamare l’establishment del Pd e abolirne le correnti.

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