La battaglia del governo

È inutile inseguire le giravolte berlusconiane tra minacce e assicurazioni al governo. Se dipendesse da lui, correrebbe ad elezioni anticipate. In autunno o all’inizio del 2014. Ovviamente senza cambiare la legge elettorale.

Chi, anche a sinistra, ha fin qui descritto la continuità delle larghe intese come l’assicurazione di Berlusconi (un salvacondotto permenente), deve ammettere di aver sbagliato. Se è vero che il governo è stato, fino alla sentenza della Cassazione, la condizione per il Cavaliere di una pausa strategica senza esclusione dal potere, è anche vero che il quadro è cambiato dopo la condanna.
Il premier Letta ha ribadito la fedeltà al principio di separazione dei poteri, il Pd ha assicurato che la legge resterà «uguale per tutti», il presidente della Repubblica ha precisato che esaminerà eventuali domande di clemenza solo a condizione di una piena accettazione della sentenza. Non esiste materia, insomma, per mercanteggiare la politica nazionale con soluzioni ad personam. Rispettare gli impegni presi, e concorrere ai cambiamenti necessari per arrivare nel 2015 ad elezioni finalmente utili per gli italiani, comporterà per il leader del Pdl la rinuncia alla leadership e la cessione definitiva del testimone nel suo partito.

È proprio per evitare questo esito che Berlusconi ora vuole far cadere Letta. Colpito da una condanna per un reato molto grave, sa che in nessun Paese o partito occidentale verrebbe tollerato come capo o come candidato. E, tra decadenze e interdizioni incombenti, sa di avere pochissimo tempo. Per questo ha deciso di alzare, attraverso la minaccia al governo, il ricatto a livello istituzionale. Elezioni ravvicinate gli consentirebbero di contrapporre, stavolta in modo deflagrante, la legittimazione popolare con la legalità costituzionale. Anche se la legge gli impedisse la candidatura, potrebbe ugualmente inserire il nome nel simbolo della rinata Forza Italia. E, nel disegno berlusconiano, la complicità di Grillo – ostile al cambiamento del Porcellum e a qualunque impegno costruttivo in Parlamento – dovrebbe fornire ancora una volta la sponda decisiva per mettere il Pd nell’angolo.
Il vero problema di Berlusconi è che potrebbe non avere la forza per compiere lo strappo. Non tutti nel Pdl sono d’accordo con lui. Ancor più frenano sulla crisi gli interlocutori esterni che a vario titolo hanno fatto parte del blocco sociale del centrodestra, fino agli stessi manager delle aziende del Cavaliere. Ci sono poi le incognite parlamentari (chi assicura che la caduta di Letta porti davvero al voto?). E, certo non ultima, è la determinazione del Capo dello Stato a sostenere con ogni mezzo a disposizione la stabilità del governo, la continuità della legislatura, le riforme istituzionali ed elettorali. Lo strappo di Berlusconi dovrebbe passare necessariamente da uno scontro con il Quirinale: e il prezzo potrebbe essere per lui molto alto. Ma c’è un problema ancora più grande per Berlusconi: il suo interesse di oggi è sideralmente lontano dai pensieri degli italiani, alle prese con una crisi sociale pesantissima e preoccupati soprattutto di come rimettere in moto sviluppo e lavoro. Il Cavaliere è consapevole di questo distacco (altro che sondaggi con il Pdl in crescita!) ed è per questo che, nella strategia delle elezioni ravvicinate, è per lui necessario condividere, almeno in parte, con il Pd la responsabilità della rottura. Non può sfiduciare Letta dall’oggi al domani. Deve procedere con continui stop and go, deve ora impuntarsi, ora adottare tattiche dilatorie sulla decadenza da senatore. Lo scopo è logorare la sinistra, allargare le crepe e i dubbi, fornire ragioni a quanti nel Pd che non vedono male le elezioni nel 2014.
È a questo punto che si pone il problema per i democratici. Il rapporto con il governo Letta è sempre stato difficile: troppo grande lo scarto tra aspettative e delusioni elettoralie, tra domande di innovazione e concreti spazi di manovra. Ma con il passare delle settimane sono emersi più chiaramente sia la missione di questo «strano» esecutivo, sia gli obiettivi di cambiamento (pur in un quadro condizionato dalla destra). Bisogna agganciare al più presto la ripresa e utilizzare le potenzialità di questa inedita alleanza tra impresa e lavoro. Bisogna preparare al meglio il semestre di presidenza italiana dell’Ue, perché sarà di importanza vitale al fine di una svolta nelle politiche economiche e sociali. E bisogna mettere in sicurezza anche le istituzioni. Non è solo una questione di legge elettorale. Nel 2015 ci vorranno anche competitori nuovi: da un lato un nuovo centrosinistra, che il congresso del Pd dovrà cominciare a definire, dall’altro una destra post-Berlusconi. Tutto questo è nella missione del governo, subito dopo la priorità del lavoro.
Ma fin dove è possibile sopportare il ricatto di Berlusconi? Fin quando è possibile accettare compromessi come quello sull’Imu, con il rischio che l’esenzione a favore del 10 per cento più ricco venga pagata dai ceti più deboli? Le risposte a queste domande non sono facili. Ma nelle democrazie anche i governi sono terreno di lotta politica. Abbiamo dato fin qui troppo credito alla politologia della seconda Repubblica, in base alla quale partito e governo dovevano per forza coincidere, anzi era il governo la vera espressione di un partito moderno. Si è visto dove siamo finiti con queste teorie: al collasso di sistema e alla crisi della stessa idea di politica. Non si sta in un governo ad ogni costo. Ma anche un governo nel quale non ci si riconosce appieno, può svolgere un’importante funzione nazionale. Il discrimine sta nelle idee, negli interessi, nella forza delle battaglie che ci si mettono dentro. Il Pd è il primo partito del Paese.

Non potrà comunque sfuggire alle proprie responsabilità. Il governo Letta arriverà al 2015 anzitutto se il Pd lo incalzerà, se la sua iniziativa sarà in sintonia con il Paese, se la sua visione del cambiamento andrà oltre (senza dimenticare l’oggi, senza dimenticare che gli italiani oggi pensano a Berlusconi molto meno di quanto non si dica sui giornali e le tv).

Cosa che ora non sta accadendo

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