Sospensione della Democrazia: Bertinotti scrive a Napolitano

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Lo avevo scritto qui, ma una voce più autorevole, Fausto Bertinotti, ha pensato di rivolgersi (giustamente) direttamente all’interessato.

Qui la lettera di Bertinotti a Napolitano.

Signor Presidente, Lei non può”. Fausto Bertinotti, ex presidente della Camera, dalle colonne del Corriere della Sera, scrive al capo dello Stato Giorgio Napolitano per denunciare la situazione in cui – a suo vedere – versa la democrazia in Italia oggi. Il tema, già sollevato da illustri intellettuali, ultimo il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, sul Fatto Quotidiano, in un Paese che tiene alle proprie istituzioni, dovrebbe avere almeno una risposta.

Bertinotti scrive infatti, diretto a Napolitano: “Lei non può congelare d’autorità una delle possibili soluzioni al problema del governo del Paese, quella in atto, come se fosse l’unica possibile, come se fosse prescritta da una volontà superiore o come se fosse oggettivata dalla realtà storica”.

Solo pochi giorni prima infatti, in occasione della cerimonia del Ventaglio al Quirinale, il presidente della Repubblica aveva blindato il governo in carica (sorretto peraltro da una maggioranza parlamentare formalmente incoerente ma numericamente schiacciante, come avevo scritto qui) in virtù della situazione economica internazionale. Allo stesso tempo aveva bollato qualsiasi altra ipotesi come “velleitaria” e “avventurosa”, ricerca di un “vuoto” che il Colle certo non avrebbe guardato da lontano.

E proprio su questo Bertinotti batte: “Lei non può trasformare una Sua, e di altri, previsione sui processi economici in un impedimento alla libera dialettica democratica. I processi economici , in democrazia, dovrebbero poter essere influenzati dalla politica, quindi dovrebbero essere variabili dipendenti, non indipendenti. Lei non può, perchè altrimenti la democrazia sarebbe sospesa”. In questo caso, dice il presidente emerito della Camera, “l’impedimento sarebbe lesivo di uno dei cardini della democrazia rappresentativa, cioè della possibilità, in ogni momento, di dare vita ad un alternativa di governo, in caso di crisi, anche con il ricorso al voto popolare”. Nello stesso discorso del Ventaglio, Napolitano aveva infatti fatto balenare, pur senza anticiparle direttamente, le eventuali contromosse del Quirinale in caso di deflagrazione dell’esecutivo.

Bertinotti continua durissimo: “C’è nella realtà politico-istituzionale del Paese una schizofrenia pericolosa; da un lato, si cantano le lodi della Costituzione repubblicana, dall’altro, essa viene divorata ogni giorno dalla costituzione materiale. La prima, come Lei mi insegna, innalza il Parlamento ad un ruolo centrale nella nostra democrazia rappresentativa, la seconda assolutizza la governabilità fino a renderlo da essa dipendente. Quando gli chiede di sostenere il governo perché la sua caduta porterebbe a danni irreparabili, Ella contribuisce alla costruzione dell’edificio oligarchico promosso da questa costituzione materiale”. Alla fine, constata Bertinotti “il capitalismo finanziario globale non può essere imposto come naturale, né la messa in discussione del suo paradigma può essere impedito in democrazia, quali che siano i passaggi di crisi e di instabilità a cui essa possa dar luogo”.

Nel giorno in cui il governo appena messo al riparo da Napolitano pone la fiducia sul “decreto del fare”, come dice il mio amico Gae Salerno, ce ne sarebbe a sufficienza, visti gli attori in campo e la reiterazione del messaggio diretto il Colle, per un dibattito politico alto.  Dovrebbero parlare i presidenti di Camera e Senato, per rivendicare il ruolo del Parlamento sovrano, semmai anche dalle critiche sollevate dall’ex presidente di Montecitorio.

Invece a Bertinotti risponderà solo e soltanto il presidente della Repubblica, difendendo la costituzionalità del proprio operato: oggi, in una lettera al Corriere della Sera. Democrazia postale.

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