I primi 100 giorni inutili del Governo Letta

alfano-letta-29042013Tra poco, nel pieno dei titoloni sugli esodi di agosto e sulle vacanze saltate per mancanza di soldi, i giorni di governo saranno cento.

Un primo bilancio si può azzardare subito, certi che le due settimane che mancano alla cifra tonda non riusciranno a cambiare la sostanza. Il bilancio risponde a una domanda: a cosa e a chi serve il Governo guidato da Enrico Letta?
È la stessa domanda di senso che riguarda sempre la politica democratica: quell’arte che serve a governare i problemi, a distribuire le opportunità secondo diverse idee, a rappresentare interessi di persone e blocchi sociali (come scrivevo qui).

Giudichiamo il governo Letta-Alfano per quel che ha fatto e per quel che doveva iniziare a fare. E dunque, in che brodo è nato, da che mare – o da che stagno – è emerso quasi tre mesi fa questo governo? Di cosa c’era bisogno, di sicuro, quando è nato questo esecutivo?

Per non sbagliare, come dice bene Jacopo Tondelli, torniamo a quel che disse davanti al parlamento Giorgio Napolitano, rieletto contro voglia e di certo contro l’abitudine consolidata di tutta la storia repubblicana a Presidente, tre mesi fa giusti giusti. Spronò un’assemblea che applaudiva beota chi la frustava a riformare la politica. A razionalizzarne i suoi costi. Ad affrontare concretamente la crisi economica internazionale e del modello di sviluppo italiano.

Puntò il dito sull’autoindulgenza che i politici hanno esercitato verso se stessi: non solo quelli corrotti, ma anche gli inetti che hanno vivacchiato. Infine, sopra ogni altra cosa, chiese urgenza nell’operare una riforma della legge elettorale che ridesse agli italiani la possibilità di scegliere e di essere governati. Di tutto questo, disse, i partiti non si erano fatti nessun carico, stretti nella sterile paralisi che vedeva contrapposte le forze politiche. In caso di nuova inazione, di nuove vergogne simili alle antiche, il Presidente della Repubblica non avrebbe temuto di “trarre le conseguenze”.

E tre mesi dopo, di tanta speranza e di tante frustate, cosa ci resta, mentre quello stesso Presidente parla di quel governo fortemente voluto come fosse l’Arca di Noè prima del diluvio? Abbiamo visto qualche decreto che doveva salvarci impiantarsi nelle secche dell’illegittimità burocratica.

Abbiamo visto le decisioni essenziali – Imu, Iva e spese militari – palleggiate, rinviate, infine congelate a quando il dovere di scelte fastidiose mostrerà l’assenza della politica e della sua missione in tutta la sua nudità. Abbiamo visto le vite degli italiani – degli imprenditori, degli operai, degli artigiani, dei disoccupati – scivolare in fretta lontano lontano dal cuore della discussione. Abbiamo visto la vera ragione d’esistere – la riforma elettorale – non entrare mai, nemmeno un giorno, nemmeno un’ora, nel vero dibattito del governo: forse perché, se mai un accordo si trovasse, quel giorno finirebbe la ragione del governo, quindi il governo, quindi il potere che discende, quindi le poltrone e gli stipendi. Abbiamo visto apparati dello Stato e della politica sempre più opachi, figuracce internazionali di cui ci si potrebbe solo vergognare se l’asticella della nostra tolleranza non fosse ormai allenata da decenni di risatine (come scrivevo qui sul caso Napolitano).

Abbiamo visto, soprattutto non abbiamo visto. Non abbiamo visto altro che il rinvio dei problemi, il mantenimento degli equilibri e delle cariche, le solite ventennali opposte retoriche sui diritti, sui processi, sulla Giustizia.

E insomma, a cosa serve, a chi serve il governo Letta? Serve a chi ne fa parte, a una classe dominante che non sente alcun dovere di rappresentanza degli interessi, dei bisogni, delle rabbie, delle passioni, del territorio: un dovere che non ha, del resto, essendo eletta grazie alla legge che porta il degno nome di Calderoli. Non serve all’Italia, e possiamo dirlo laicamente, come quelli che avevano poche speranze ma davvero nessuno pregiudizio.

L’assenza di alternative praticabili non rende meno inutile questo governo: rende solo più fastidioso il nostro essere cittadini appoggiati al piano inclinato che porta indietro, verso il tempo in cui venivamo chiamati “sudditi”.

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