Non c’è giorno che il governo non finisca sull’orlo di una crisi

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Ma questa volta il rischio è serio. E il costo sarebbe altissimo. Dopo Letta c’è il vuoto. E le elezioni anticipate. Con il Porcellum. Complimenti. Si ricomincia. Abbiamo la capacità, per dirla con re Franceschiello, di «fare ammuina» e poi di metterci da soli nei pasticci. Finora abbiamo avuto anche la fortuna di uscirne senza troppi danni, salvo la caduta di credibilità della classe politica, cui peraltro nessuno più crede, proprio perché «fare ammuina» non è una cosa seria. Colpisce che la causa delle crisi annunciate raramente sia reale, spesso virtuale. Nessuno sottovaluta la gravità del caso Shalabayeva (lo scrivevo qui). Per carità: una figuraccia internazionale. Ma democrazie più attente di noi ai diritti umani lo avrebbero evitato, o comunque lo risolverebbero senza mettere a repentaglio la vita del proprio governo nel momento più drammatico di una crisi economica che vede migliaia di imprese chiudere ogni giorno e troppi giovani senza lavoro.

I punti oscuri. Chi ha sbagliato paghi, ma non si faccia pagare il conto a un intero Paese riprecipitandolo nel gorgo del vuoto istituzionale e della speculazione finanziaria. I punti oscuri della vicenda sono tanti. Le spiegazioni di Alfano lacunose. Il comportamento della burocrazia indicibile. Ma non si è neppure ancora capito se le vicende del signor Ablyazov, sodale prima e poi avversario dell’orrido Nazarbaev, riguardino un episodio di «dissidenza politica», ovvero di «lotta di potere» fra un oligarca, non propriamente candido, e un regime «dispotico» col quale facciamo affari. Non è stata una gran prova di intelligenza e di dignità non accorgersi che dietro l’espulsione frettolosa di una madre e della sua figlia di sei anni c’era la «regia» dell’ambasciatore del Khazakistan in Italia, a quanto pare più influente e ascoltato presso la nostra burocrazia dei componenti del nostro fragile governo. Forse sarebbe il caso di espellere lui, stavolta, o no?

Il caso Calderoli. Un altro episodio che ha minacciato la crisi di governo è stato il giudizio offensivo del vicepresidente del Senato, Calderoli, sul ministro Kyenge (lo scrivevo qui). Ci siamo salvati grazie soprattutto al buon senso della vittima che ne ha accettato le pubbliche scuse. È stata la tempesta in un bicchiere d’acqua cui hanno contribuito, in egual misura, classe politica e informazione. L’opinione pubblica internazionale giudica: male.

La rottura pericolosa. Il governo finora non è caduto perché Enrico Letta non si è comportato, machiavellicamente, da «volpe e/o da leone», secondo le circostanze, ma più da volpe. Tirando a campare, democristianamente (lo scrivevo qui). Ora la spaccatura del Pd con i renziani all’attacco lo mette in serio pericolo. A Letta non resta che una strada. Un colpo d’ala sull’economia, un po’ più di coraggio nel dare risposte vere a famiglie e imprese. Qualcosa che assomigli a uno scatto in avanti lungo la strada impervia della modernizzazione. Privatizzare, liberalizzare, dare un taglio deciso alle spese e al debito. Scelga da dove cominciare, ma scelga. Promuova quella radicale semplificazione normativa e amministrativa della quale Berlusconi aveva parlato nel ’94, e mai ha fatto. Scelga di osare verso lo sviluppo, non di rifugiarsi nella quieta conservazione.

Non ne abbiamo bisogno, troppo tardi. Sono scelte che avrebbe dovuto compiere il governo voluto da Napolitano proprio per far fronte alle carenze di quelli politici, ma nemmeno Monti le ha fatte, condizionato com’era dalla propria inesperienza politica e dai preponderanti interessi corporativi della burocrazia di cui si era, imprudentemente, circondato.

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