Sindaco Accorinti, ti scrivo

230431941-44314fd4-0e8c-4542-9d38-c29cb18f1f09Sergio Rizzo, l’anticasta a gettone del Corsera, si rattrista per la vittoria di Renato Accorinti a Messina, mentre io, al contrario, mi rallegro per avere finalmente un Sindaco nonviolento e No Ponte.

A Rizzo non sta bene la parola “NO”, a suo scrivere “quella che più sta nelle corde di questo Paese incapace di fare un passo avanti, nel quale ogni promessa è destinata fatalmente a naufragare davanti all’inettitudine di chi ha responsabilità di governo, all’inefficienza della burocrazia, alla mancanza di risorse, alla sciatteria degli amministratori, agli interessi privati che prevalgono su quelli collettivi”.
Questa è la conclusione del suo editoriale del 25 giugno: “Siamo riusciti a diventare il Paese del No, ed è davvero triste”.

Evidentemente per la nostra star giornalistica l’interesse collettivo è costruire il Ponte sullo stretto di Messina! Tonino Perna, sul Manifesto dello stesso giorno, sottolinea l’importanza del “miracolo” che si è verificato contro una intera “armata” di interessi forti ed oligarchici: l’avversario di Accorinti, Felice Calabrò, era a capo di uno schieramento che comprendeva dal PD all’Udc e parte del Pdl , che significa di fatto tutta la vecchia Dc, che a Messina aveva storicamente percentuali che sfioravano il 50 per cento.

Dietro Felice Calabrò, i poteri forti di Messina, i boss della politica e degli affari da Francantonio Genovese a Gianpiero d’Alia, alla famiglia Franza che ha il monopolio dei trasporti su gomma nello Stretto di Messina. Dietro Renato Accorinti solo tanto entusiasmo, una mobilitazione spontanea di una parte crescente della città, dai ceti medi intellettuali ai giovani senza futuro delle periferie, la generazione degli anni ’70 – quella a cui Renato Accorinti appartiene – insieme alla nuove generazioni, senza soluzione di continuità, in un abbraccio carico di speranza e di progettualità che ha guidato tutta la campagna elettorale.

Renato Accorinti non è sceso in campo oggi, perché è sul campo delle battaglie ambientaliste e pacifiste da quarant’anni, è stato il leader del movimento No Ponte, è stato dentro tutti i conflitti sociali e le lotte per la difesa del territorio dell’Area dello Stretto. La sua semplicità, la sua coerenza estrema, ma sempre non violenta (anche in campagna elettorale non ha mai demonizzato o insultato i suoi avversari) hanno fatto breccia sulla popolazione messinese. Renato è diventato un leader, perché è la gente dei quartieri popolari quanto dei ceti medi che lo ha visto come un’ancora di salvezza, per fare uscire questa città da oltre mezzo secolo di abbandono e di crescente degrado. E’ diventato un punto di riferimento perché ha parlato al cuore e non alla pancia della gente. Non ha promesso nessuna camionata di soldi, di grandi opere o mega progetti, ha chiesto invece tanto e più volte: siete voi miei concittadini che vi dovete riprendere in mano la città perché nessuno lo potrà fare al vostro posto. Con tutta l’umiltà che lo contraddistingue, ha formato una giunta comunale con tecnici di valore ed onestà ampiamente riconosciute, che hanno già redatto un piano di rilancio ecosostenibile della città, fino agli anni ’50 del secolo scorso, uno dei centri urbani più prospero e vitale del Mezzogiorno.

Questa vittoria ha poco a che fare con altre vittorie che hanno contraddistinto le ultime elezioni municipali in Italia, così come quelle precedenti di Napoli, Milano, Genova, ecc. Innanzitutto perché a Messina è stato sconfitto il centro-sinistra. Anzi, di più: sono state sconfitte le «larghe intese» perché di fatto i capi residui del Pdl avevano stretto un accordo sottobanco con i veri capi del Pd-Dc che dominava la città. In secondo luogo, Renato Accorinti non è un magistrato o avvocato di successo, un noto docente universitario, un grande comunicatore o un ex-comico, ma un semplice professore di educazione fisica alle scuole medie che nei momenti più caldi della campagna elettorale a continuato ad andare a Scuola, a fare gli scrutini, proprio nel giorno del primo turno elettorale. Infine, perché questa vittoria manda un segnale preciso dal profondo Sud: la classe politica che ha tenuto sottoscacco il Mezzogiorno dopo la seconda guerra mondiale è arrivata al capolinea. Non solo per scandali ed incapacità, ma anche per un dato strutturale: non ci sono più le risorse economiche per alimentare queste macchine elettorali che hanno governato per decenni.

Personalmente gli auguro il meglio perché è una persona seria, il processo di base che lo ha espresso è genuinamente innovativo, e che molte delle nostre speranze di “salvare l’Italia” (di questo purtroppo si tratta!), dipendono anche dal risultato di questo esperimento politico che lo vede come leader (nel suo caso, in senso gandhiano): volenti o nolenti, siamo anche noi coinvolti.

Infine a Renato fornisco alcuni spunti di riflessione e di azione. La prima tagliola in cui tenteranno di azzopparlo è il Patto di stabilità interno: non imiti il grillino Pizzarotti, non si fa politica popolare con la logica del ragioniere che per prima cosa pensa al pareggio di bilancio. Bisogna tagliare gli sprechi senza pietà, ma anche investire per promuovere occupazione socialmente utile. Dimostri il coraggio di Piero Fassino, sindaco di Torino (ed è tutto dire): sfori il Patto di stabilità senza paura della multa ed anzi si metta a capo di un movimento di sindaci e di popolazione perché sia abrogata questa “stupida” (l’aggettivo è di Fassino) regola.

Teniamoci comunque pronti perché potremmo entro breve vedere superata l’anomalia italiana (in cui la rivolta popolare è sostituita dalla rappresentazione teatrale della stessa) e trovarci di fronte ad un tumultuoso movimento di piazza in stile “Occupy”: a ottobre scatta l’attacco speculativo della finanza globale contro la Francia, già si dà per scontato negli stessi editoriali del Corsera che l’Italia, rovinata dalle scelte “austere”, sta per chiedere l’aiuto al Fondo “salvastati” UE.

Lì si giocherà la capacità dell'”aggiunta nonviolenta” e delle altre “aggiunte sociali” di evitare che disperazione e frustrazione spingano la gente nelle braccia di movimenti di destra riduttivamente anti-euro…

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