Il silenzio complice degli innocenti. Il Programma di Sviluppo Regionale della Lombardia

Berlusconi-e-MaroniIn questo periodo di melassa da larghe intese, il dibattito politico sembra inchiodato alla variabilità delle proiezioni elettorali dei residui dei partiti che si accontentano dei sondaggi e non si accorgono che il rifiuto del voto è il problema più acuto della crisi di democrazia. Intanto, gli eletti con il sistema maggioritario procrastinano un indirizzo liberista e irresponsabile rispetto alla crisi, senza che il confronto con le opposizioni muti la loro direzione di marcia e senza che un dibattito pubblico individui responsabilità e possibili alternative. Tutto si svolge in un silenzio spettrale.

E’ il caso della Regione Lombardia, la più rilevante per peso economico e sociale nel Paese, governata da un leghista impenitente, che ha lanciato ad inizio legislatura un programma che aggraverà la crisi dei territori e continuerà a far regredire con approcci manifestamente anticostituzionali il livello culturale del Nord.

Ritengo indispensabile non sottovalutare quanto avviene nel concreto dei processi politico-istituzionali, dove le differenze e i conflitti vanno rimarcati e portati al livello dello scontro necessario.

Il quadro culturale di riferimento

La Regione Lombardia si appresta a iniziare la sua x legislatura, con a capo della giunta regionale Roberto Maroni. I tre lustri di sovranità formigoniana, anche culturale, avevano reso la Lega sostanzialmente succube di un modello che, per patto tacito, lottizzava financo gli illeciti di cui oggi tutti sono a conoscenza, ma che si fondava su una razionalità organica elaborata in proprio da CL, a cui i leghisti fornivano solo la copertura di un’identità locale antistato corroborata da una solidarietà limitata ai residenti. Secondo la lega i frutti avvelenati che piovono fatalmente sui dannati del Nord, sono il “carovita per la povera gente, mutui bancari che strangolano le famiglie, inquinamento che mina la salute e guerre diffuse”. Per guadagnar tempo venivano proposti dazi e protezionismo locale, insieme ad un allentamento dei vincoli europei per le imprese.

Niente di preciso, ma una leggenda che spalancherebbe i cancelli di un purgatorio che si conosce bene e da cui, prima o poi, si accede al paradiso dei ricchi. Una policy che non lascia isolati i cittadini lombardi, intercetta la solitudine degli operai lombardi e, mentre descrive la materialità della regione pedemontana, pulsante di fatica e trasudante timore per una ricchezza a perdere, prescrive un comunitarismo in cui immedesimarsi: “rilancio dei valori: identità, tradizioni, ordine, responsabilità, famiglia, federalismo”. Tutti argomenti che fanno da titoli ai capitoli del PRS presentato oggi da Maroni e che hanno avuto ancora il loro peso nella campagna elettorale da lui vinta. Liberismo, comunitarismo e leghismo risultano quindi naturalmente alleati e descrivono compiutamente una società ricca che affronta la globalizzazione difendendo, finché possibile, i suoi privilegi. Da questi assunti l’attuale PRS (Piano regionale di sviluppo) non si schioda, fino a ritenere che, se le questioni sociali sono questioni di povertà e carità volontaria e non più di giustizia sociale, se è l’impresa locale che deve sopravvivere ad ogni costo nella globalizzazione, la classe operaia organizzata e il conflitto non hanno più senso di esistere e la centralità dell’impresa e il superamento dell’articolo 41 della Costituzione sono date per scontate. (Tra i passaggi più irritanti del Piano va citata la costituzione dello “Statuto delle imprese, al fine di costruire un ambiente amico delle imprese”).

Quadro della crisi economica della Lombardia

Il quadro macroeconomico della Lombardia, soprattutto se comparato a quello europeo, è sufficientemente esplicativo dei vincoli di struttura che la Regione dovrebbe affrontare. Il PRS 2013-18 (maggio 2013) delinea le policy per aggredire la crisi che costringe ai margini dell’Europa l’economia lombarda. In particolare vogliamo sottolineare la caduta verticale degli investimenti, ovvero la caduta verticale del reddito futuro. Ma la caduta degli investimenti è particolarmente grave in ragione della nuova divisione internazionale del lavoro. Sono due i vincoli più stringenti: il primo è legato all’eccesso di capitalizzazione realizzato nella fase pre-cresi; il secondo alla “distruzione” di valore dei beni capitali in ragione di una destinazione di produzione incoerente con la domanda emergente a livello internazionale.

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Diversamente non sarebbe inspiegabile il meno 25% di investimenti della Lombardia tra il 2008 e il 2012, contro il meno 13% della media europea. Un esito legato alla tendenza (spontanea) del sistema produttivo regionale di incorporare beni strumentali e l’innovazione proveniente dall’estero; in qualche misura le imprese della Lombardia sono sganciate dalla filiera produttiva europea, se non per la parte che è diventata subfornitura di un sistema manifatturiero superiore (Germania).

La stessa contrazione del 25% della base produttiva giustifica la caduta degli investimenti, come la caduta del reddito da lavoro dipendente in rapporto al PIL, che era già più bassa della media europea e di quella nazionale. In altre parole, la Lombardia diventerà, nei migliori dei casi, subfornitura e consumatrice di beni e servizi realizzati in altri paesi.

Gli assi della politica di Maroni

Sono tre i gli orizzonti della politica economica delineati da maroni nel PRS. Più precisamente Maroni si propone di rimuovere i vincoli del sistema economico lombardo via:

  1. Ridurre della pressione fiscale al fine di sostenere l’economia e l’occupazione locale; mantenere il 75% del gettito tributario sul territorio lombardo; introdurre delle agevolazioni/esenzioni dall’IRAP, meglio ancora azzerandola o predisponendo una sua moratoria per un periodo di 3 anni, nell’idea di costituire una no tax area regionale;
  2. Sviluppare il capitale umano e l’inclusione sociale per favorire l’innovazione tecnologica e la competitività delle imprese, la qualità ambientale e la valorizzazione del territorio; rafforzamento del ruolo delle autonomie locali e della pubblica amministrazione modificando (non c’è scritto riformando) le forme e i modi dell’erogazione dei servizi pubblici;
  3. Creare una macroregione del Nord dotata di un’ampia autonomia e maggiori competenze, alla quale dove corrispondere una adeguata dotazione finanziaria proveniente da tributi ed entrate regionali, e dalla partecipazione diretta della Regione al gettito di tributi erariali riferibili al proprio territorio.

Una politica che mal si concilia con le sfide che attendono la manifattura europea, che nel corso degli anni, in Italia, non ha dato una gran prova di efficacia. L’illusione ripresa dal PRS è quella di risolvere nel presunto contesto della “macroregione” la vocazione europea e, perché no, mediterranea della Lombardia. Qui si scopre una vocazione assistenziale: far convergere tutti i fondi europei di un territorio più vasto non per produrre valore aggiunto e specializzazione, ma per ripianare le esposizioni sulle grandi opere mai completate. La vocazione industriale e manifatturiera, la riconversione più o meno ecologica sono sempre fuori portata.

Un punto rilevante del PRS, in ragione del tasso di disoccupazione reale della Lombardia che si aggira attorno al 18%, sono le politiche del lavoro, che la Regione si ostina a chiamare politiche del mercato del lavoro. Già Keynes ricordava che non esiste un mercato del lavoro in senso stretto, mentre gli economisti mainstream lo prefigurano come centrale, ma la Regione rinuncia completamente alla qualificazione della domanda di lavoro.

Infatti, nel PRS si legge:

Altro tema guida dell’azione regionale sarà un nuovo patto tra il sistema educativo e sistema economico: il futuro occupazionale dei giovani dipende primariamente da un più efficiente raccordo e dall’integrazione tra i percorsi di istruzione e formazione rinnovati e il mercato del lavoro.” Poco più avanti si legge ancora: “sarà valorizzata la contrattazione aziendale quale leva strategica per aumentare salari e produttività, attraverso l’adozione di modelli organizzativi flessibili volti a favorire nuova occupazione, forme di conciliazione e di welfare aziendale, flessibilità in uscita attraverso adozione di modelli innovativi per la ricollocazione di lavoratori in fase di espulsione dal mercato del lavoro per effetto di processi di riorganizzazione produttiva o di crisi aziendali o territoriali, da realizzare attraverso il concorso responsabile e partecipato dell’impresa, delle organizzazioni di rappresentanza sindacale e datoriale e degli organismi bilaterali”.

A parte il fatto che occorre ancora offrire una spiegazione plausibile sul come la contrattazione aziendale possa favorire la produttività e la crescita del reddito, alla fine è sempre il che cosa e non il come si produce a creare valore aggiunto (Schumpeter e Smith). Il PRS vede il problema del lavoro sempre come un problema di qualità dell’offerta, assegnando al mercato la definizione del target della domanda. In realtà, soprattutto in Lombardia, abbiamo un problema (drammatico) legato all’alto profilo formativo dei giovani che la domanda delle imprese non soddisfa. Una domanda con profili che assomiglia sempre di più alla domanda delle imprese del sud est asiatico. In verità anche nelle imprese del sud est asiatico la domanda di lavoro comincia a configurarsi come domanda h-t.

Se fosse vera la tesi della Regione, i nostri giovani laureati dovrebbero essere rincorsi appena usciti dall’università e pagati a peso d’oro, vista la loro scarsità, ma non ci sembra di vedere una rincorsa alla “conoscenza” degli studenti. In realtà, come si osserva dai dati dell’ISTAT, l’occupazione giovanile diminuisce perché non c’è una coerente domanda con la formazione maturata, e un tessuto produttivo capace di intercettare il know how che l’istruzione pubblica offre ai nostri giovani.

Cercasi policy per la Lombardia

L’assenza di una politica economica e sociale lombarda, in questi ultimi 15 anni, ha compromesso la sostenibilità del sistema economico regionale, del tessuto produttivo manifatturiero e dei servizi. La caduta del reddito da lavoro dipendente ha contribuito alla polarizzazione del reddito e della ricchezza: il 20% delle famiglie con un reddito basso percepisce il 6,9% dei redditi prodotti, mentre il 20% di quelle più abbienti ne detiene il 42,7%. Sono valori che si amplificano se consideriamo invece la ricchezza: il 20% della popolazione più ricca ha il 61% della ricchezza complessiva, contro il 2% del 20% della popolazione più povera.

Le formule a buon mercato del tipo “federalismo solidale”, consolidare la via alta dello sviluppo, sono slogan inutili e, in alcuni casi, sbagliati. La barzelletta del federalismo solidale è poi incostituzionale, perché il carico tributario è individuale e fondato sulla capacità contributiva.

Sono le aspettative di cambiamento futuro a condizionare il presente, ma se non costruiamo le basi di un futuro, la policy è gestione (cattiva) del presente.

Una sfida inedita, ma di portata storica. Non basta dirsi dire “sono di sinistra”. La sinistra si misura con i grandi temi della storia con dei progetti. Da quando abbiamo perso i progetti, siamo a rimorchio dell’etica.  Non è sbagliato avere un’etica, ma un progetto di cambiamento presuppone qualcosa di più.

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