Voti a perdere

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Lo dicevo stamattina (qui): hanno vinto i territori e il centro sinistra compatto. Chi ( Enrico Letta) dice questo voto “rafforza le grandi intese” è un folle o forse non ha ancora compreso la domanda di cambiamento e di vomito verso questo fritto misto in salsa berlusconiana.

Il voto amministrativo, e le parole spese per commentarlo, dicono molte cose.

La rapidità con cui Letta dice che lo schema delle larghe intese si rafforza, per esempio, dice il suo esatto contrario, e cioè che il governo è un po’ meno saldo di prima. Bastava vedere ieri Renzi, o scorrere le dichiarazioni dei maggiorenti del Pdl.

Il “lento e inesorabile cammino” con cui Grillo saluta i sindaci di Assermini e Pomezia, poi, dice che il leader dei Cinque Stelle è sempre più prigioniero del mantra apocalittico e rivoluzionario con cui ha costruito il suo successo. Un arrendetevi siete circondati che, dall’alto delle vittorie di Pomezia e Assemini suona vagamente ridicolo.

Ma soprattutto il voto amministrativo di ieri dice che in Italia ci sono milioni di voti che fluttuano per aria, in una bolla liquida totalmente priva di appartenenze. Milioni di elettori che possono transumare da un polo all’altro – Pdl, Pd, Grillo o astensione – nel giro di poche settimane.

Milioni di persone che si manifestano nell’urna, o si ritirano nell’anonimato del non voto, a seconda dell’offerta diretta e particolare che si trovano di fronte. Una massa di aventi diritto al gioco democratico che vive di improvvise ondate emotive e altrettanto improvvisi cupio dissolvi.

Una società di “non appartenenti” che entra ed esce dal gioco, e oscilla tra speranza, ribellione e disillusione.

Per questo leggere l’Italia del 2013 come il frutto di una meccanica contrapposizione di noi e loro,società e politicacasta e popolo è una semplificazione che ci allontana dal cuore del problema.

Perché una opinione pubblica instabile è figlia di un quadro politico instabile. Certo. Ma una politica instabile è a sua volta figlia di un elettorato altrettanto instabile e volatile. Ormai, è un cane che si morde la coda. E i due punti di squilibrio  sommati producono uno squilibrio di sistema che logora il meccanismo della rappresentanza.

Si comincia a capire, “lentamente ma inesorabilmente”, che l’utopia totalitaria di Grillo e Casaleggio è una non-risposta al problema. Ne è al contrario espressione speculare e rovesciata. Ma è altrettanto chiaro che la politica è in clamoroso (e colpevole) ritardo nel darsi una forma capace di raggiungere questa cittadinanza nuova e senza radici definite.

In crisi c’è l’idea di società, collettività e partecipazione. E non è cosa semplice ripristinare una idea di bene comune mentre da ogni lato avanza l’ansia e la rabbia del particulare, dramma di un Paese dove la sola cosa condivisa è la paura del futuro.

Per farlo, serve una nuova forma dell’essere e del fare politica. Tutto il resto, compresa la gioia del Pd per il successo alle amministrative, rischia di essere solo propaganda.

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