Violenza sulle donne: servono politiche di nonviolenza non nuove leggi

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Ogni volta che la vita di una donna si spezza, magari dopo aver più volte denunciato il proprio assassino a cui era legata da una relazione affettiva, dopo essersi presa la libertà di decidere della propria vita, la domanda che sorge è: come può succedere?

Come può la violenza maschile essere ancora la prima causa di morte delle donne? La Ratifica della Convenzione di Istanbul che ci accingiamo a fare è un atto di volontà politica degli Stati per rispondere a questa domanda e fermare quella violenza che, da sempre, ha vissuto nel silenzio e nell’indicibile.

Un impegno entro e oltre la griglia dei propositi che la Convezione delinea. Un impegno che nel nostro paese, io credo, vada indirizzato più verso politiche e buone pratiche di nonviolenza anziché nuove e più aspre leggi penali spesso evocate. Su questo mi voglio soffermare. Parto dalle risorse pubbliche dedicate. Il fondo per la realizzazione di un piano contro la violenza alle donne (cap. 496 del Bilancio dello Stato) viene istituito con la legge finanziaria del 2008 con 20 milioni di euro. Ad esso hanno fatto poi riferimento azioni successive: la prevenzione e il contrasto allo stalking; in quanto la successiva legge in materia ha obbligato tutti i soggetti coinvolti a fornire alle donne informazioni sui Centri Antiviolenza presenti sul territorio e l’Istituzione; la nascita di un numero verde nazionale con compiti di assistenza psicologica, giuridica e di comunicazione degli atti persecutori segnalati alle forze dell’ordine su richiesta della persona offesa.

Ma le somme destinate al Piano nazionale non sono state mai impegnate nel corso degli anni, infatti bisogna arrivare al 2011 perché il primo Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking diventi operativo e possa attivare tutti i livelli di governo e i tutti i settori – cultura, sanità, economia, giustizia etc.

A quell’epoca lo stanziamento era di quasi 19 milioni (euro18.659.049) e consentì di attivare alcuni filoni di finanziamento per la Rete nazionale antiviolenza: il sostegno per i servizi di emergenza per le vittime con incolumità a rischio, l’apertura di centri antiviolenza nelle are in cui erano assenti, progetti pilota di formazione degli operatori sanitari sulla prima assistenza alle vittime.

Con questi finanziamenti i vari centri si sono ingegnati per la sopravvivenza, a fronte di un aumento di aspettative. Nel 2012, il bilancio di previsione della Presidenza del Consiglio dei Ministri stanziava per il Piano soli 1,5 milioni di euro arrivando poi di fatto – rendiconto consuntivo 2012 ancora non pubblicato in Gazzetta – a 5,1 milioni di euro.

Per il 2013 il bilancio di previsione della Presidenza del Consiglio dei Ministri dedica 1,9 milioni di euro all’implementazione del Piano che, con l’integrazione del riporto dell’avanzo dell’esercizio precedente arriva a 4,5 milioni di euro. Somme evidentemente ridotte che mettono in luce il primo problema: l’incremento e il buon utilizzo di esse.

Allora suggeriamo alcuni orientamenti:

1 . Non si perdano di vista i contorni peculiari della questione. Si parla di violenza di uomini sulle donne. Violenza e femminicidio, oggi sono l’atroce reazione maschile al desiderio di libertà delle donne attraverso l’annientamento fisico fino alla morte e non solo. Ci parlano delle relazioni proprietarie che per secoli gli uomini hanno convinto le donne ad accettare e da cui esse ora si sottraggono. Sono processi profondi e strutturali che hanno a che fare con le trasformazioni prodotte dalle donne. Non siamo di fronte all’ultima emergenza sociale.

2 . Più che di task force si parli di rete. Si agisca con le tutte le competenze del governo per costruire la rete tra i soggetti da coinvolgere affinché non ci siano più ritardi, inefficienze ed omissioni. Si connettano i luoghi dei passi femminili fatti talvolta vanamente per trovare soluzione alle offese: pronto soccorso, questura, tribunale, centri antiviolenza e si coordinino politiche per i servizi sociali, lavoro, formazione, funzione dei media. Un lavoro di tessitura prezioso ove tutti sappiano cosa fare e cosa condividere. E si attui davvero ciò che la Convenzione prevede in merito alla protezione delle donne migranti che hanno subito violenze.

3. Si ascoltino le buone pratiche: non si parte da zero. In Italia i Centri antiviolenza sono una porta aperta sicura. In essi sempre più donne trovano aiuto professionale consolidato e qualificato per nominare la loro situazione, analizzare il contesto di relazioni profondamente compromesse e intraprendere percorsi a loro misura, affiancate costantemente da altre donne. Buone pratiche che si sono sviluppate volontariamente fin dagli anni ’80, e di cui si avvalgono le Istituzioni locali. Oggi esiste una rete nazionale dei Centri Anti Violenza, é un buon interlocutore per aprire una precisa collaborazione come è avvenuto con il Protocollo firmato tra DIRE e Anci nazionale.

4. Si dia certezza e stabilità al funzionamento di base di questi centri troppo appesi alle magre e precarie risorse pubbliche.C’è bisogno di finanziamenti nazionali e integrati con quelli di Regioni e Comuni. Essi debbono diventare con la loro specificità un anello dei livelli essenziali di assistenza.

5. Si valorizzi metodologie e competenze femminili messe a punto da anni di esperienza sul campo. Impostazioni non giudicanti che puntano sull’autonomia di decisione femminile. Nulla si può agire al di sopra della volontà di una donna. La procedibilità di ufficio per gli iter giudiziari nei casi di violenza previste agli articoli 44 e 55 della Convenzione rischiano di saltare la cosa essenziale: la scelta femminile, indispensabile per uscire da situazioni complesse di dolore, per ricostruire una vita e quella dei figli affrancata dagli inganni d’amore, dalle minacce economiche, dalle ritorsioni.

6. Si apra il cerchio della discussione alle pratiche dell’antiviolenza che uomini volenterosi stanno sperimentando. Non tutti gli uomini usano far male alle donne, alcuni cominciano ad interrogarsi sulle radici di quel male. E’ un buon segno da sviluppare.

7. Si punti sulla risorsa prima: l’autonomia delle donne. La colpa più diffusa delle violenze e della morte è quella essersi prese la libertà di decidere, di essersi sottratte al controllo del padre, marito, compagno, amante, fratello. Gli uomini amano le donne, ma non sempre reggono la loro libertà, la loro nuova soggettività. E’ la dinamica oscura e distruttiva che spesso muove la mano assassina. Mano che possiede le chiavi di casa e del cuore. Su libertà e autonomia delle donne non si torna indietro sapendo che sono percorsi né lineari, né univoci. Sono disseminati di contraddizioni, conflitti, tagli repentini, ritorni indietro. Le donne li percorrono ogni giorno in ogni parte della mondo ed è la forza che può rendere questo mondo più umano e più libero. È la forza di nuovi rapporti di amore liberi da pregiudizi, costrizioni.

Come ci suggerisce la storia del film che ha vinto il Festival di Cannes. Come hanno scritto le donne lo scorso San Valentino, festa degli innamorati in occasione del flash mobmondiale: «Un miliardo di donne stuprate sono un’atrocità, un miliardo di donne che ballano sono una rivoluzione».Una rivoluzione pacifica, la più bella.

Un ricordo va a Franca Rame è un’altra delle voci libere e belle di questo Paese che si spegne. Una donna straordinaria, un’artista capace di rabbia e di dolcezza. La nostra coscienza civile e democratica deve molto alle storie raccontate, recitate, scritte da Franca.

Il suo femminismo fu anche la personale testimonianza della violenza aberrante del potere.

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