Il quadro attuale del Paese. Dalla situazione economica a quella politica

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Due scenari, due facce della stessa medaglia.

La parte che soffre. La Corte dei conti fa i conti della crisi e boccia l’austerità. In Italia, nel periodo 2009-2013, la mancata crescita nominale del Pil ha superato i 230 miliardi e che “l’adozione di una linea severa di austerità non ha impedito che gli obiettivi programmatici assunti all’inizio della legislatura fossero mancati. Anzi, alla luce dei risultati, l’intensità delle politiche di rigore adottate dalla generalità dei Paesi europei è stata, essa stessa, una rilevante concausa dell’avvitamento verso la recessione.

Dal rapporto 2013 sul coordinamento della finanza pubblica, si evidenzia anche che il consuntivo di legislatura ha mancato il conseguimento del programmato pareggio di bilancio per 50 miliardi. La perdita permanente di Pil, nell’arco della legislatura passata, si è tradotta in una caduta del gettito fiscale superiore alle attese di quasi 90 miliardi.

Ciò che serve all’Italia dall’Europa sono stimoli per crescere di più, non deroghe per spendere di più e il passaggio alla nuova legislatura sembra proporre un primo tentativo di operare in discontinuità da una politica di bilancio che, a partire dall’estate 2011, ha dovuto fare affidamento su consistenti aumenti di imposte, nonostante le condizioni di profonda recessione in cui versava l’economia.

In Europa l’emergenza della decrescita e della disoccupazione appare oggi acquisire quanto meno un rilievo analogo a quello assegnato al percorso di riequilibrio di disavanzi e debito pubblico, senza nascondere però che il livello crescente dello stock di debito pubblico non consente di interpretare in modo men che rigoroso il sentiero di risanamento. Sarebbero gli stessi mercati a punire questa scelta.

La parte politica alla luce dei risultati elettorali. Ora o Epifani e affini sono in malafede o per loro urge un immediato TSO. Dire che il voto romano premia la «governabilità» significa, tanto per cambiare, non aver capito un tubo o voler mistificare la realtà. Il Pd ha dimezzato i voti reali delle scorse elezioni, passando da 521.880 a 267.605.

Non è un caso che ad essere (giustamente) premiate siano Sel (che ha preso il 6,2%) e la civica di Marino (7,4%). Proprio quest’ultimo, che ha vinto anche le primarie, sul piano nazionale ha agito in maniera opposta rispetto al proprio partito: ha sostenuto Rodotà, ha sperato (sinceramente) in un’apertura al M5S, non ha votato la fiducia all’inciucio Pd-Pdl, ha appoggiato la Fiom, non ha paura di essere laico 365 giorni all’anno e di dire «sì» a tutti quei diritti civili che potrebbero infastidire le gerarchie ecclesiastiche e il cosiddetto «voto moderato».
La politica, a sinistra in particolare, ha un brutto vizio. Ogni volta che perde, cosa che accade spesso, trova il modo di non ammettere mai di aver sonoramente perso e di dare la colpa a qualcun altro: gli elettori.

Nelle ultime elezioni politiche, secondo alcuni dirigenti del centrosinistra avevamo perso perché “gli elettori non ci hanno capito”.

Il nuovo che avanza, Beppe Grillo, impara in fretta e di fronte alla sconfitta di ieri divide in due l’Italia: da una parte l’Italia peggiore che vota i partiti che non vuole il cambiamento, dall’altra l’Italia migliore che vota M5S.  Per fare politica, buona politica, ci vuole umiltà. E saper dire quando si perde, “abbiamo perso, anzi, ho perso perché ho sbagliato”. Ieri non ha sbagliato l’Italia, caro Grillo, questa volta hai sbagliato tu. E forse perché oggi dimostri di non essere molto diverso da chi dici di combattere.

Epifani, ma di che stiamo parlando?

E per concludere la tesi di Grillo sui due ‘blocchi sociali’ contrapposti non tiene ( qui i Dieci Comandamenti della sconfitta). 

Perché. La crisi sta travolgendo tutti, perché il tuorlo dei garantiti e l’albume dei non garantiti si stanno mescolando sempre di più in una stracciatella, perché il passaggio dai primi ai secondi è sempre più impetuoso e per lo status quo in verità tifano solo gli establishment politici ed economici e le loro cerchie più strette.  Il problema invece è la rassegnazione diffusa, la sensazione di non poter cambiare le cose in nessun modo, tanto meno con il voto o più in generale con la politica.

Quello di Grillo di oggi è un ragionamento astratto e un po’ ideologico da vecchio Pci, non da uno che ‘sente’ il Paese e i suoi movimenti, secondo me.

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