Pippo Civati, ti scrivo

pippo-civati

Ho conosciuto tempo fa Pippo Civati.

C’è stata subito sintonia perché sentivo in un tempo difficile, duro, che la parola, l’unica che s’imprime indelebilmente, è quella che nasce dai fatti. E che onorare l’impegno assunto con il popolo delle primarie era l’unico modo per dimostrare che la politica non vende fumo ma tiene i patti. Penso che quanto si sta presentando con il clima di smobilitazione, non è un errore percettivo ma una consapevolezza diffusa nell’opinione pubblica. Mentre nel tessuto sociale ed economico i morsi della crisi si fanno più dolorosi, gli altri (quelli di queste ore) hanno dato l’impressione di togliere le tende.

Semplicemente penso che se si fosse partiti dall’ascolto della base (come hai ripetutamente detto), da questi e altri temi, piuttosto che dalla composizione di improbabili mappe elettorali future, tutto non avrebbe avuto quella venatura politicista che oggi rende faticoso riconoscerla come un governo di “responsabilità nazionale.

Con il tuo “dissenso” hai urlato nel silenzio quella necessità di recuperare la capacità di avvertire i profondi bisogni sociali della nostra comunità. E non basta consultare i sondaggi o affidarsi a discutibili indici di popolarità, come per anni hai testimoniato a tanti di noi.

Hai dato senso alla onestà intellettuale. Un senso al mutamento del tempo: avevamo la vittoria in tasca e l’abbiamo bruciata. In questo clima di sfiducia, delusione e distanza tante voci si sono unite perché forse dal palazzo non vi erano risposte ai bisogni dei cittadini, alla domanda intima di cambiamento. Bisogni e domanda intima espressi da quelli elettori di ceto medio che vanno verso la disperazione e vengono risucchiati quotidianamente risucchiati dalla povertà, che tutti i leader politici ritenevano stessero al centro e potessero essere intercettati dai partiti e che invece hanno scelto un’altra strada.

Si è arrivati allo stallo, al tradimento. Al netto della demagogia e del populismo, il Pd aveva innalzato la bandiera dell’innovazione sostenibile e della partecipazione. Poi però il partito non ha mantenuto gli impegni assunti, ha disatteso le promesse. A cominciare dal mancato coinvolgimento nel partito e nella campagna elettorale di quel 40 per cento di dirigenti e di elettori che alle primarie avevano votato per Renzi e vedevano in lui il simbolo del rinnovamento. Bersani ha mostrato lì il suo vero limite: non essere riuscito a liberarsi del vecchio apparato che ancora lo circonda. Ora attendiamo la carica dei 101, non so se servano le dimissioni, certamente serve una discussione serrata, con radicali cambi di uomini.

Vai avanti. Il bello della politica è farsi afferrare dalle sfide. Immergersi fino a lasciarsi condurre verso soluzioni inedite. Inconsuete. Creative. Il bello della politica è quando non sa come fare. E allora deve partorire nuove idee. Chi ne ha?

Un abbraccio. Quello di sempre

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3 pensieri su “Pippo Civati, ti scrivo

  1. Salvemini fai sapere a civati (amico del m5s)

    Li stiamo guardando negli occhi mentre respingono il nostro emendamento per rimandare il pagamento dell’IMU per le strutture turistico alberghiere, per la quale avevamo anche trovato copertura, non esprimono nessuna emozione, nessun pentimento, nessuna remora.

    E quando chiediamo perché votare no? Come fate a non condividere? Rispondono alzando le spalle “ma si l’emendamento sarebbe anche condivisibile, ma la visione globale…”

    Ma che visione globale, commercianti e albergatori chiudono a decine, sono queste le categorie che dobbiamo aiutare, che sono la vera forza del nostro paese. Ma a questi non frega, l’importante è avere la poltrona sotto il sedere.

    Mi piace

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