Spazi in attesa. Alcuni esempi di riuso (europee) e proposte

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Perché parlare di temporaneità
La città contemporanea è sempre più soggetta a trasformazioni rapide, e anche quando non è la città fisica a trasformarsi, il nostro modo di abitarla cambia e va sempre più nella direzione della velocità, della precarietà, del nomadismo.
L’abitare “tradizionale”, inteso come l’esistenza stanziale di uomini attorno a legami territoriali, familiari, culturali e lavorativi è in crisi. Al suo posto vanno imponendosi nuovi modelli culturali e abitativi: mobilità delle persone, delle merci e delle idee; turismo globale e grandi eventi planetari; flessibilità lavorativa e familiare; comunicazione elettronica; nuove povertà e nuovi flussi migratori.
Sarebbe bene allora recuperare il progetto nel suo senso etimologico di proiettare avanti per ripensarlo come azione temporale, che tenga conto non solo della costruzione dei manufatti, ma anche del loro consumo, morte e rinascita.
Spazi in attesa
A partire dalla dismissione della città industriale sono andati moltiplicandosi gli spazi inutilizzati, eredità di un’urbanità ormai superata: non solo fabbriche ma anche scali ferroviari, mercati, caserme, fiere.
Ma le nostre città continuano a produrre spazi futili, assecondando un mito della crescita (economica ma anche urbana) e del consumo che genera spazi dalla durata d’uso effettiva bassissima: centri commerciali, stadi, case, grandi trasformazioni urbane generate da eventi circoscritti come expo, mondiali, Olimpiadi, G8 diventano, nel giro di pochi anni o mesi, spazi in eccesso, scarti, “junkspaces” da smaltire, riciclare, metabolizzare.
E’evidente allora che il tema del riuso non è destinato a esaurirsi con la trasformazione delle aree industriali dismesse, ma rimarrà d’attualità anche in futuro.
Riuso temporaneo: qualche esempio
Mentre attendono una trasformazione definitiva che spesso ha esito solo nell’arco di decenni, questi spazi, generalmente abbandonati al degrado, diventano spesso oggetto di usi informali di vario tipo: insediamenti abusivi, pratiche illecite, occupazioni, spettacoli, mercatini… In alcuni casi si tratta di azioni illegali e degradanti, in altri di esempi virtuosi di autogestione e ri-significazione degli spazi residuali inutilizzati, in tutti i casi si tratta di usi temporanei non istituzionalizzati.
Alcune città in Europa e nel mondo hanno iniziato a occuparsi del tema del riuso temporaneo e della sua istituzionalizzazione, attuando politiche e promuovendo progetti in maniera da sottrarre al degrado gli spazi urbani residuali offrendoli alla comunità per usi temporanei di vario tipo.
Si potrebbero citare molti esempi, a cominciare dalle politiche abitative incentrate sull’abitare temporaneo: dai programmi U.S.A. Transitional housing, per il riutilizzo ad abitazioni temporanee di alloggi confiscati e Single Room Occupancy per il riuso dei patrimoni alberghieri confiscati, fino ai progetti destinati ai gruppi e alle popolazioni nomadi come i trailerparks americani o i Wagenburgen tedeschi .
Ma iniziative accattivanti vengono anche dalle città europee e sono, ad esempio, Cabin Exchange  in Scozia, che allestisce nelle aree dismesse moduli temporanei per spazi espositivi, o Precare , una struttura belga che incoraggia i proprietari, pubblici o privati, di edifici inutilizzati a concederne gratuitamente l’uso temporaneo in cambio della loro manutenzione, o ancora la londinese Creative Space Agency, un’agenzia che cerca di fare assegnare a piccole imprese creative l’uso di spazi dismessi, che risparmiando sull’affitto degli spazi usufruiscono di un importante incentivo.
In Italia, un caso da segnalare è quello di Temporiuso , un progetto di ricerca milanese che mira a riattivare gli spazi dismessi in attesa di trasformazione destinandoli a progetti culturali, associazioni, alloggi temporanei e imprese.

Una ricca offerta di spazi inutilizzati che in molti nel mondo della cultura, dell’associazionismo, della solidarietà, dell’impresa sarebbero felici di mantenere in cambio del loro uso temporaneo.

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