Proposte “green” economy per la Lombardia. E non solo

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E’ chiaro che l’Italia ha fatto e sta continuando a fare una sorta di “politica del gambero”: un sistema produttivo trincerato in settori “tradizionali” e una quota decrescente dei redditi da salario non possono di certo far da traino alla crescita. Tutto questo dovrebbe diventare “senso comune” della politica, tanto per cominciare.

Il ritardo accumulato dall’Italia “nell’economia della conoscenza e dell’innovazione è consistente, e certamente non ci consente facili manovre. Ma non esistono alternative, e sarebbe un passo in avanti se almeno cambiassero i criteri guida delle politiche per lo sviluppo, attualmente centrati sulla riduzione del costo del lavoro.

La “green economy” offre indubbiamente una grande opportunità di sviluppo. Ma per non prendere abbagli è necessario guardare alla cosiddetta riconversione ambientale del sistema produttivo in senso globale, collocandola in seno alle trasformazioni epocali che hanno segnato lo sviluppo economico nel suo complesso, e non come semplice “adattamento”  del sistema produttivo alle necessità della “salvaguardia ambientale”.

Dico questo perché il rischio è quello di assumere un’ottica parziale nella quale si tralascia di considerare che la sostenibilità dello sviluppo non è determinata solo dall’equilibrio delle risorse naturali, ma anche da quello delle grandezze socio-economiche. Non si tratta certo di una novità, ma il dibattito attuale su questi temi tende a trascurare gli equilibri tra le risorse economiche: se una produzione “ambientalmente sostenibile” tende, ad esempio, a far aumentare le importazioni, il sistema economico nel suo complesso sarà gravato da un maggiore debito con l’estero, consumando perciò più di quanto produce. La crescita ne risulterà frenata, causando cali dell’occupazione.

E’ evidente, pertanto, che quando si parla di “green jobs”, di nuovo, bisognerebbe guardare all’effetto netto su tutto il sistema, che sotto il peso di un crescente vincolo estero potrebbe vedere ridotta la sua capacità di creare occupazione.

Spostare il carico fiscale sul consumo di risorse può indurre un significativo mutamento nelle modalità di produzione, ma fino ad un certo punto. Produrre nel rispetto dell’ambiente significa introdurre una significativa quantità di innovazione (di prodotto e di processo) alla quale spesso le imprese da sole non riescono ad accedere per costi e rischi: Nicholas Stern lo ha detto molto chiaramente nel suo Rapporto del 2006 sull’Economia del cambiamento climatico.

La riduzione della capacità di spesa dei salari non incentiva di certo una domanda qualificata nel rispetto dell’ambiente. Diversi studi si sono misurati in una verifica dell’esistenza delle cosiddette “curve di Kuznets ambientali” che prefigurano un degrado ambientale decrescente al crescere del reddito pro-capite oltre una certa soglia. E’ evidente che la compressione dei salari ci allontana da questa dinamica virtuosa. Il fisco potrebbe in tal senso agire direttamente sulla redistribuzione del reddito, dando non solo impulso alla domanda (e dunque alla crescita del reddito e del reddito pro-capite) ma fin da subito ad un consumo di qualità».

Più che di un riordino dei sussidi alle imprese, parlerei di un disegno complessivo di politica industriale fatto di diverse componenti tese a correggere le insufficienze sistemiche della nostra economia, insufficienze che la rendono assolutamente impreparata a cogliere la sfida della “green economy”.

La “green economy” alla stregua di un nuovo paradigma tecno-economico, proprio nel significato che ci consegna l’economista Carlotta Perez. Credo che sia parimenti rilevante un cambio di registro nell’ottica con cui si guarda agli interventi di politica industriale e al ruolo dell’attore pubblico, come prerequisito anche per avanzare convinte azioni politiche in sede europea.

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