Ambrosoli, Di Stefano, Kustermann: si può avere una società aperta e plurale

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Immagino una società aperta, vera e viva. É finita l’epoca dei supereroi, inizia quella dei cittadini.

Sono convinto si può avere una società aperta e plurale, il luogo in cui le sfide del cambiamento possano stimolare nuove idee e nuovi pensieri. Un luogo in cui cittadini possano ritrovare il gusto di costruire insieme il loro destino comune. Un luogo dove si sperimentino forme inedite di partecipazione e di comunicazione. Un luogo dove si interpreti, nella responsabilità del governo, la domanda di istituzioni limpide, trasparenti, ispirate da una credibile etica pubblica.
Solo sul deserto di una nuova politica aperta e condivisa, dunque socialmente legittimata, possono proliferare, scorciatoie populistiche. Aumenta l’anti politica.

Dunque, il populismo è un effetto non una causa.

Siamo arrivati qui per vi è la mancanza di sedi di discussione della politica, di confronto serrato e sereno sulle scelte fatte e su quelle da fare che non può non impoverire i legami con quel processo diffuso e plurale. Il rimedio è, ovviamente sempre quello, il bisogno di un partito aperto, poroso rispetto all’esterno direbbe De Rita.
Un futuro potrà esserci solo se i cittadini ne diventeranno i protagonisti.

Con un monito più che un auspicio.
Organizzare un’inedita forma di democrazia partecipata che riossigeni il rapporto tra politica e società.
Intendiamoci la partecipazione non è solo un insieme di tecniche per comunicare in modo creativo. Al contrario è una rottura politica. Riguarda chi gestisce il potere, chi tiene nelle mani il mazzo delle scelte. Se un gruppo ristretto, i notabili, l’apparato, gli eletti, oppure una comunità allargata. È una questione che riguarda la sostanza più che la forma, il merito più che il metodo.

I processi partecipativi, nell’esperienza di Itali , hanno costretto la “politica”, in una sorta di corpo a corpo anche conflittuale, a rivedere le proprie decisioni “elitarie” fino a disegnare esiti imprevedibili.
La partecipazione dei cittadini si è rivelata una chiave per vincere. È il grimaldello per scardinare le incrostazioni dei voti bloccati e di quelli comprati, l’alchimia per dissolvere i coaguli di potere. Tra l’altro, anche gli ultimi episodi recenti da Napoli a Milano a Cagliari (e ora Genova), testimoniano che siamo di fronte a una dinamica generale di richiesta di cambiamento.

La contraddizione è che se la partecipazione è decisiva per vincere, al contrario, diventa un impiccio per governare. I cittadini, indispensabili per generare un effetto moltiplicatore nella fase di raccolta del consenso, diventano, dopo la presa della Bastiglia, un ingombro quando chiedono di condizionare la decisione della politica e delle politiche.
E quando la politica perde lo slancio sociale verso il cambiamento, allora degrada in gestione del potere. Allora anche la qualità delle politiche pubbliche decade. E si annidano i rischi di degenerazione. E i leader da interpreti del processo sociale si invertono in surrogati. La funzione carismatica della leadership soppianta quella trasformativa e, invece di attivare le risorse latenti delle persone, rende tutti spettatori passivi, al massimo una curva nord del leader.
Sempre più spesso diamo l’impressione di sopportarli, i cittadini. E questo è fatale. Perché il vero punto di leva, quello che consente di sollevare il mondo, è la fiducia. E la fiducia è una risorsa scarsa che si riproduce solo se nella relazione circolano fattori di coerenza, trasparenza, ascolto efficace. La fiducia si conquista accorciando banalmente il fossato che separa il dire dal fare. La crisi della politica, è innanzitutto crisi di fiducia nella politica.
Ecco perché a tutti noi viene chiesto uno straordinario coraggio.

Agire una politica che discuta pubblicamente dei propri costi e delle proprie protezioni (una bella legge trasparente, non nottetempo, sul contenimento dei costi della politica in regione? E perché non cominciamo col pubblicare i nostri bilanci sul web?), del modo con cui si organizza e finanzia e seleziona la classe dirigente (una parola chiara sulle primarie? Magari farle sui programmi, sulle idee e non solo sulle persone), dei canali attraverso cui dialoga con gli interessi delle diverse parti sociali (perché non trattare i rapporti col sistema economico in pubblico come abbiamo trattato recentemente quelli con gli operatori del sistema del libro?), delle regole e dei limiti nella gestione delle istituzioni (perché non rendere condivisi i criteri con cui avvengono le nomine?).

Una politica che abbia un’idea forte, riconoscibile, positiva su questo tempo di crisi, e che resti permeabile rispetto alle ansie del cambiamento. Un centrosinistra senza bande, insomma. Di cittadini e basta.

Questa politica, sarebbe l’unico anticorpo al virus dei vecchi e nuovi trasformismi, anche quando ricoperti dall’accattivante veste offerta dal leader carismatico. Come quelli che si agitano scomposti e rumorosi in questi giorni sul palcoscenico politico fino ad annunciare che rispetto alla loro sovranità, ogni differenza nella politica può svanire, ogni idea può evaporare, ogni valore può dissolversi.

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